A tutto campo!

Perchè privilegiare le piccole scuole sul territorio?

Vorrei condividere alcune riflessioni in merito a un tema che ritengo cruciale per chiunque abbia l’onore e l’onere di occuparsi di scuola e di inte(g)razione sociale.

Questo post nasce in relazione a un articolo in cui il sindaco di Urbino afferma di voler affrontare il tema della coesione sociale e dell’intercultura attraverso due azioni concomitanti:

  • eliminazione di tutte le piccole scuole dell’obbligo (primarie) dislocate nelle frazioni del comune
  • costruzione di un unico campus scolastico, centrale, in cui tutti gli studenti frequenteranno le scuole dell’obbligo.

Supponiamo che il Comune riesca a trovare i finanziamenti necessari…si, lo so, in un contesto in cui i genitori pagano persino la carta igienica è un’idea fantascientifica…considerando però i precedenti di questa amministrazione, capace di trovare il denaro per avviare progetti costosissimi e fallimentari già sulla carta, salvo poi realizzarli a carico dei contribuenti…

VEDIAMO PERCHE’ CREDO SI TRATTI DI UNA PROPOSTA DEL TUTTO CONTROPRODUCENTE

La costruzione di una società interculturale è oggi una prerogativa prioritaria di qualsiasi società che voglia percorrere un cammino di pace e convivenza.

E’ indubbio che la scuola sia il luogo potenzialmente più strategico per raggiungere tali obiettivi, così come altri di ampio respiro che vanno oltre il più ristretto significato di istruzione.
Qual è allora il tipo di scuola che più sollecita atteggiamenti che contribuiscano a costruire una società interculturale? Rifacendomi alle migliori esperienze in ambito internazionale, e agli studi che hanno suggerito e talvolta spiegato la validità delle prassi migliori, ecco una sintesi per punti.

  1. Come premessa occorre innanzitutto ricordare che il concetto di abitare contiene in sè un doppio significato: da un lato il senso del possesso, dall’altro il senso di appartenenza a un luogo e, di conseguenza, alla comunità che insieme a noi lo abita. Abitare è in qualche modo un fare coincidente con un farsi: è un darsi forma dando forma alle cose. (Vitta, 2008)
  2. Le scuole piccole offrono maggiori occasioni di conoscenza reciproca, di approfondimento delle relazioni e di radicamento alla comunità, sia in termini spaziali che relazionali.
  3. Il centro di ricerca internazionale Design share è considerato uno dei migliori al mondo sul tema della scuola, all’avanguardia sia per la ricerca sia per il monitoraggio delle migIiori esperienze in ambito mondiale. In un libro work-in-progress, consultabile in parte on line, sono proposte le soluzioni progettuali ritenute migliori rispetto alle sollecitazioni della pedagogia contemporanea. Ci si riferisce in particolare alle intelligenze multiple di Gardner e a tutta la ricerca che tale autore, insieme ad altri autorevoli pedagogisti, ha contribuito a generare negli ultimi 30 anni. Ebbene, contrariamente a quanto genericamente ritenuto in Italia, una delle soluzioni didattiche auspicate nell’arco della giornata, e quindi sollecitata dalla progettazione dello spazio scolastico, rimanda concettualmente e fisicamente alla pluriclasse (apprendimento cooperativo, peer education, tutoraggio, ecc.).
    • Il modello della pluriclasse, riconosciuto di primo ordine dalla pedagogia contemporanea, ci ricorda che in altri paesi, ed in particolar modo in quelli dove ritroviamo le eccellenze internazionali, come la Finlandia, le scuole pluriclasse sono fortemente sostenute e finanziate; esse, nelle realtà periferiche o isolate, rappresentano infatti presidi territoriali fondamentali: sono i luoghi di relazione e di formazione necessari per sostenere la vitalità di aree che altrimenti perderebbero identità, abitanti, attenzioni, cure. Per una relazione sul sistema scolastico finlandese si veda l’articolo La riforma che ha cambiato la scuola in Finlandia, di N. Bottani.
  4. La costruzione di una comunità territoriale coesa e solidale inizia a scuola, dove si intessono relazioni fra gli studenti, fra i genitori, fra la comunità scolastica e la comunità territoriale.
  5. In termini spaziali, porsi come obiettivo la sollecitazione di atteggiamenti solidali significa innanzitutto privilegiare le scuole piccole, dove l’intera comunità si possa percepire ed organizzare. I modelli scolastici che fanno proprio questo assunto sono considerati un esempio in tutto il mondo, a partire dalle scuole di tradizione montessoriana fino alle scuole di Reggio Emilia, solo per citarne due, nati in Italia e famosi a livello internazionale. E’ triste che proprio in Italia si vada in direzione uguale e contraria..
  6. È interessante constatare che la soluzione di piccole scuole disseminate sul territorio, contrariamente alla logica delle economie di scala, risulta una scelta economicamente vantaggiosa. Nel 2002 la Knowledge Works Foundation ha pubblicato Dollars & Sense: The Cost Effectiveness of Small Schools, dove venivano riportati i risultati di una vasta indagine sul campo riguardo alle istituzioni scolastiche da 0 a 12 anni (sono state passate al vaglio 489 scuole), fornendo dati, relazioni e analisi statistiche.
    In sintesi, si constatava che, nonostante le grandi strutture costino in proporzione meno rispetto alle più piccole scuole locali, i costi totali che deve sostenere la società, se nel conto si inseriscono anche i costi sociali, sono decisamente maggiori. Ciò perché quando si tratta di grandi plessi scolastici aumentano

    • i costi di trasporto (dei genitori e del comune se ci sono pulmini)
    • i costi della gestione amministrativa
    • i costi di manutenzione
    • gli atti di vandalismo
    • l’assenteismo fra gli studenti.
      diminuiscono
    • il rendimento degli studenti
    • la soddisfazione degli insegnanti
    • il senso di appartenenza alla comunità scolastica di docenti e studenti

Fra gli elementi positivi riscontrati nelle piccole scuole, in sintonia con le idee montessoriane, veniva citata la partecipazione degli studenti nella pulizia dei locali, sia delle aule che degli spazi comuni, fatto che, oltre ad essere un importante strumento educativo, concorre all’abbattimento dei costi di manutenzione. Il link diretto non è più attivo, ma puoi leggere l’articolo che cita questa ricerca sul sito di DesignShare.

Per tutti i motivi citati, pensare all’integrazione (termine su cui si potrebbe aprire un altro dibattito) in termini semplicistici di:

  • chiusura di tutte le piccole scuole territoriali
  • distribuzione di un numero limitato di alunni figli di immigrati nelle scuole dei centri abitati maggiori

rappresenta un miope aggiramento della questione.

Se l’obiettivo è quello di costruire una società interculturale coesa e solidale, radicata ad un territorio che sente proprio e di cui si prende cura, la proposta di un grande campus aggira “brillantemente” l’obiettivo.
Occorrono infatti azioni coerenti che rispondano ad obiettivi politici chiari, attraverso una programmazione scolastica che tenga conto della multiforme realtà di cui è riferimento, del background territoriale, sociale e culturale; quanto detto vale ancor di più quando ci si debba confrontare con realtà rese ancor più complesse da situazioni particolarmente critiche. Nel caso di Urbino faccio riferimento al peso che riveste il quartiere di Ponte Armellina sulla comunità scolastica della frazione di Trasanni. Ponte Armellina è un quartiere-ghetto abbandonato ormai da molti anni dal Comune di Urbino e abitato per il 99% da cittadini “stranieri”. (Molti in realtà hanno la cittadinanza italiana…)

Dopo quanto detto sino a qui credo sia chiaro perchè, in sintesi, occorra quindi:

  1.  rafforzare e sostenere i processi di costruzione identitaria delle comunità territoriali;
  2. sostenere le piccole scuole presenti sul territorio rafforzandone il ruolo di presidi identitari territoriali;
  3. sollecitare atteggiamenti solidali attraverso buone pratiche quotidiane; le scuole piccole in tal senso rappresentano un’eccellente opportunità;
  4. privilegiare soluzioni che nel lungo periodo siano economicamente e socialmente vantaggiose.

Ancora una volta le scuole piccole si dimostrano la miglior soluzione possibile nell’ambito di una valutazione costi-benefici che non si limiti al breve periodo e che tenga in considerazione anche benefici intangibili, come la qualità della vita scolastica e la costruzione di comunità coese e radicate al territorio.

 

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

1 Comment

  • opero come volontario nella scuola elementare di Trasanni e per esperienza diretta condivido appieno quanto esposto nel documento.
    Ciò che voglio sottolineare è che in realtà dove è molto alta la percentuale di alunni figli di stranieri sarebbe necessario investire nelle strutture, nel materiale didattico e sopratutto in aggiornamento per gli insegnanti.

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