Se lo studente ha origini...

La sporca guerra della ex-Jugoslavia

Come è stato possibile convincere una parte della popolazione ad aggredire il proprio vicino di casa o addirittura il proprio parente per paura di essere uccisi per primi? Sul territorio della ex-Jugoslavia la compresenza dei diversi gruppi religiosi era diffusa in modo capillare, sino a tradursi, soprattutto in Bosnia Herzegovina, in un’alta percentuale di matrimoni misti.
E allora come è stato possibile nella città di Sarajevo, da sempre luogo delle identità, delle religioni, delle culture, del confronto dialettico, assistere alla silenziosa fuga di una parte della popolazione e, ancora più lucidamente, alla decisione di salire sulle colline circostanti per prendere d’assedio la propria città, ucciderne gli abitanti, i vicini, gli amici, i parenti…
Pregiudizi e timori latenti avevano radici nella storia, interpretata da sempre: in chiave mitologica nella cultura orale, in termini faziosi dai gruppi di potere, trasfigurata da una memoria famigliare di sterminio che dopo la seconda guerra mondiale non ha avuto la possibilità di essere rielaborata collettivamente, rimossa da una miope volontà politica di riappacificazione che ha posticipato una prevedibile resa dei conti, prevedibile perché nutrita da una lunga attesa di giustizia.

Parte di ciò che leggerai su questo post è una sintesi di quanto ho scritto nel saggio Sarajevo. Le città degli abitanti, dove puoi trovare interessanti approfondimenti.

OMICIDIO RITUALE DELLA CITTA’

Se dobbiamo dare una definizione al conflitto della ex-Jugoslavia, è di Omicidio rituale della Città che stiamo parlando; in questa logica vanno letti la distruzione del ponte di Mostar, della grande e ricchissima biblioteca di Sarajevo (Vjecnica)… Non sono ortodossi e cattolici a combattersi nella città sotto assedio di Vukovar ma cittadini residenti da generazioni e immigrati. L’abnorme urbanesimo che la politica economica socialista aveva voluto doveva minimizzare l’evoluzione di una cultura urbana assai temuta dal partito. Poveri e facilmente ricattabili, i giovani immigrati (ci riferiamo a quelli immigrati dai centri minori, dai villaggi) introducevano nelle città modelli di vita antichi che frenavano la spinta verso una società aperta e un’economia di libero mercato.
Quando la propaganda del terrore arriva agli abitanti di Sarajevo (queste osservazioni valgono per tutte le realtà urbane) l’atteggiamento dei diversi cittadini si riconosce subito; quartieri a maggioranza ortodossa come Grbavica, dove la maggior parte di loro è arrivata negli anni ’60, si spopolano nel silenzio della notte; molti degli abitanti ortodossi, giunti da isole geografiche monoculturali, credono alla minaccia musulmana e scappano sulle colline o si riparano in regioni sotto il controllo serbo. A Vraca invece, altro quartiere a maggioranza ortodossa, sulla collina che guarda la stessa Grbavica, si sono insediate le giovani generazioni della borghesia cittadina in concomitanza con la grande espansione urbana del periodo “olimpico” (Olimpiadi invernali del 1984); qui le persone lasciano le proprie case per unirsi alla città, presto sotto assedio.
Ed è proprio durante gli anni della guerra che si accentuano queste diversificazioni: mentre i cittadini tendono a trincerarsi nel centro o comunque all’interno della comunità urbana (a Dobrinja gli abitanti decidono di combattere i nazionalisti a mani nude) ed accentuano l’identificazione con la loro città, che rappresenta il loro universo di valori, i nazionalisti, sulle colline circostanti o nascosti in alcuni edifici dentro la città (cecchini), non riescono a capirne le logiche.
A Sarajevo le differenze tra cultura urbana e cultura dei villaggi si traduce durante l’assedio anche in termini fisici: i primi a valle, i secondi sulle montagne.
Per cogliere appieno il senso di questo discorso dobbiamo tornare con il pensiero all’epoca ottomana, quando il nuovo dominatore garantiva libertà dalla schiavitù e sgravi fiscali a chi si convertiva. Interessati prevalentemente alla colonizzazione delle valli, dei ponti ed alla fondazione di città sulle rive dei fiumi, i musulmani attivarono una cultura urbana mercantile che verrà poi perseguita durante la dominazione asburgica. La montagna, difficilmente accessibile e controllabile, divenne lo spazio in cui si stanziarono soprattutto gli ortodossi, dando luogo ad un’emarginazione che sarà poi trasfigurata nell’immaginario nazionalista con il concetto di scelta per la libertà e la montagna diventerà emblema del popolo di pastori guerrieri rispetto alla corruzione dei cittadini.

Ricordiamoci le tesi nazionaliste e le loro equazioni:
– conversione di massa della Chiesa Bosniaca = musulmani traditori

le città sono abitate da una maggioranza musulmana

– musulmani traditori = cittadini traditori

I cittadini, inoltre, vivendo in luoghi abitati da tante persone diverse, sono visti come persone corrotte, cioè corrotte dai costumi, dalle culture e dalle religioni degli altri concittadini. Quindi

– cittadini traditori corrotti

Quest’ultima equazione, di origini antichissime, continua ad essere riproposta, declinata in modo diverso a seconda degli scopi, pensiamo solo alle torri gemelle..
Quando durante la guerra il governo bosniaco mandò il generale Divjak, ortodosso rimasto a difendere la città, a trattare con il generale serbo Mladic, i nazionalisti vissero questo gesto come un affronto e con grande confusione, convinti dalla propaganda che gli ortodossi di Sarajevo vivessero quasi in schiavitù. La propaganda della convivenza etnica impossibile era evidentemente sbugiardata.
Riflessione diversa è invece quella che riguarda l’antagonismo dei croati, per cui i nazionalisti cattolici, al contrario, hanno fatto leva sul loro senso di superiorità culturale. Con lo sguardo sempre rivolto alla cultura mitteleuropea cui facevano riferimento, i bosniaci cattolici dei villaggi esclusi dalla vita cittadina guardavano con disprezzo i proprietari musulmani di quelli che venivano visti come grandi bazar.
Queste interpretazioni sono avvalorate dall’atteggiamento perseguito dalla comunità ebraica. Quando infatti i nazionalisti cercano di coinvolgerli nella loro crociata, gli ebrei di Sarajevo restano a combattere con musulmani, cattolici e ortodossi contro i nazionalisti ortodossi delle montagne.
Un racconto storico che si addentrasse nel passato della Bosnia Herzegovina riconoscerebbe nelle politiche strumentali dei poteri che si sono succeduti nel tempo le origini di un atteggiamento predatorio che ha sempre utilizzato i crimini dei predecessori come leva per animare strategicamente i diversi gruppi sociali, in favore dei progetti politici cogenti. Nell’ambito di questa logica va interpretato anche l’appoggio dato ai diversi movimenti nazionalisti nel corso dell’ultimo secolo e mezzo; i poteri che si sono alternati nel governo del paese, così come avevano fatto i loro predecessori, hanno sfruttato a loro vantaggio i nodi irrisolti e le debolezze intrinseche, potendo in questo caso usufruire di gruppi organizzati.
La storia recente, come si può facilmente intuire dai temi affrontati sin qui, non è altro che il frutto di una realtà complessa in cui si sono volutamente innescate dinamiche atte a risolvere in chiave drammatica, sbrigativa o superficiale, temi altrimenti incandescenti per coloro che volevano mantenere il controllo politico ed economico.

LA GUERRA COME ECCELLENTE ACCELERATORE DI PROCESSI SOCIALI IN VISTA DI OBIETTIVI DI BASSO LIVELLO: MANTENIMENTO DEL POTERE, MANTENIMENTO E ACCESSO FACILE AL DENARO.

E’ stata una guerra studiata a tavolino per anni, anni in cui “i signori della guerra” hanno sapientemente creato le condizioni culturali dell’odio grazie ad un uso strumentale e massiccio dell’informazione, deformando ed inventando storie di rinnovata violenza etnica, creando ed alimentando nuovi miti. Come afferma P. Rumiz nel suo lucidissimo libro, i media, così come la polizia ed i servizi segreti, sono stati un mezzo indispensabile per aizzare con la paura un’aggressività più legata al mito che alla realtà; il canovaccio preparato dai nazionalisti serbi ha trovato nella storia di questo popolo il suo deposito di munizioni ed il lungo periodo trascorso all’ombra pacificatrice del socialismo è stato dimenticato. “ Immaginate che tutte le tv americane vengano affidate per cinque anni al Ku Klux Klan: scoppierebbe la guerra etnica anche negli Usa”. Così si esprime Milos Vasic, giornalista serbo indipendente.
I sociologi direbbero che la guerra è stata un grande acceleratore di processo, lo strumento ideale per una selezione sociale, economica, finanziaria, politica, militare e demografica favorevole al potere che si voleva imporre, o meglio, che voleva mantenere le proprie posizioni. Riprendo le parole di Arbitrio a proposito dell’etnia e ti invito a leggere in questi termini anche la questione religiosa: “..quello dell’etnia, e dell’appartenenza etnica, è un inganno su cui è facile costruire una verità […] Dal punto di vista strategico l’inganno etnico appare un ottimo strumento su cui costruire una progettualità di accesso privilegiato al potere e alle risorse. Su questo assioma poggia l’attualità del conflitto etnico nella realtà geopolitica contemporanea.”
L’esperienza socialista della ex-Jugoslavia, pur contenendo al suo interno isole felici di reale ricerca e sperimentazione, si era spesso tradotta in un miope sistema per la gestione oligarchica del potere e del denaro.
Alla morte del Generale Tito (1980) questa numerosa compagine sociale di stampo familistico (intere famiglie che gestivano il potere locale) aveva sentito tremare la terra sotto i propri piedi. Se la ex-Jugoslavia avesse imboccato la strada della democrazia e dell’economia di libero mercato che ne sarebbe stato di loro?
Dal punto di vista finanziario, attraverso i prestiti alla patria ed al furto su scala industriale, la guerra ha concentrato i capitali nelle mani di quegli stessi politici che ora rinnegavano il comunismo per abbracciare le tesi nazionaliste, forti dell’aiuto di bande criminali che a loro facevano riferimento.
La guerra ha inoltre evitato alle diverse Repubbliche di pagare i debiti alle banche internazionali ed ai risparmiatori privati.
Il più “grande capolavoro” di questa guerra è stato però compiuto sotto il profilo sociale: essa ha distrutto la borghesia produttiva ed intellettuale e determinato migrazioni pesantissime nella componente giovanile più aperta ed intraprendente dei diversi paesi, quella che avrebbe dovuto soppiantare la classe politica comunista e che oggi dovrebbe essere la chiave di volta nella difficile situazione politica ed economica in cui si trova la maggior parte dei paesi della ex-Jugoslavia; la guerra ha introdotto il modello vincente del soldo facile, frutto dell’economia parassitaria di guerra, ha dato nuovo lustro al modello culturale e sociale dei villaggi ed infine ha rafforzato il potere della vecchia burocrazia. “Bisogna cambiare tutto affinchè nulla cambi”
Dal 1991 in poi una quantità spropositata di beni è passata nelle mani dei post-comunisti e delle loro associazioni malavitose. Sul carattere economico di questa guerra.. ormai tutti, purtroppo, ne conosciamo la tipologia.
Solo nel 1995, dopo anni di massacri, ONU, Nato, Stati Uniti d’America e persino l’Europa capiscono quello che sta accadendo ed intervengono. Come mai? Uso le parole di Rumiz per dire che “E’ accaduto che la guerra ha raggiunto da sola il suo limite di esaurimento fisiologico. Non è solo che il conflitto, coinvolgendo l’opinione pubblica americana alla vigilia delle elezioni presidenziali, ha smesso di essere un problema estero per diventare un fatto di politica interna. E’ che dopo quattro anni di razzie si è arrivati al fondo del barile, non è rimasto più niente da grattare.”
Ora si può iniziare a lucrare sulla ricostruzione.
Abbiamo permesso che accadesse in Europa quello che dopo il Nazi-fascismo pensavamo non si sarebbe mai più ripetuto, mostrando un’indifferenza e una superficialità di analisi che ci fa vergognare. Se non l’hai già letto, ti consiglio il post Cosa sono le nuove guerre?

La complessità delle dinamiche che si sono succedute nel corso dei secoli nella regione balcanica ci fa riflettere.

Qui sotto trovi quattro schemi in cui ho cercato di rappresentare la complessità storica per studenti di terza media. Analizzare la storia altrui spesso ci permette di essere più obiettivi e meno influenzabili da valutazioni emotive, soprattutto se proponiamo alcuni paralleli scomodi..

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Siamo davvero capaci, noi, di riconoscere la complessità del mondo che ci circonda, per poter intervenire in modo creativo ed evitare simili orrori?

Siamo abbastanza capaci di senso critico per non farci manipolare da chi usa le nostre paure per costruire tesi facili e soluzioni immediate?

Siamo abbastanza consapevoli da poter convivere con la complessità delle situazioni che fanno parte della nostra quotidianità, senza volerle risolvere con semplici equazioni?

La storia che abbiamo affrontato non ha ancora trovato una conclusione. I responsabili dei massacri hanno tutti un nome e un cognome; fino a quando giustizia non sarà fatta e il racconto storico non sostituirà la memoria soggettiva (delle persone, dei popoli) ci sarà sempre chi potrà generalizzare, confondendo i serbi con quei nazionalisti che hanno ucciso, sospettando il vicino di atti che invece ha contrastato a rischio della propria stessa vita, vedendo fantasmi là dove non ci sono, interpretando la realtà attraverso il filtro del proprio dolore.

  1. Bosnia Herzegovina. Guerra di religione? Guerra etnica?
  2. Bosnia Herzegovina. Dall’epoca medievale alla dominazione ottomana. Queli eredità?
  3. BiH. La dominazione austro-ungarica (1878-1914)
  4. BiH. La prima guerra mondiale, il regno e la seconda guerra mondiale
  5. La Bosnia Herzegovina nella Jugoslavia di Tito
  6. La sporca guerra della ex- Jugoslavia
  7. Cosa sono le nuove guerre?

 

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Foto credit by Clark & Kim Kays

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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