Abitare i luoghi Se lo studente ha origini...

La penisola balcanica. Un modello urbano interculturale

Sarajevo

Cosa possiamo imparare noi oggi da questo modello urbano? Io credo moltissimo.
Abbiamo visto il carattere urbano della dominazione ottomana nei balcani, vediamo ora quale sia il modello insediativo proposto e quali le sue ripercussioni sulle dinamiche sociali di una popolazione costituita da un mix di culture, religioni e culture.
Se dovessi riassumere in poche battute l’essenza del modello insediativo ottomano direi che si è caratterizzato per la vicinanza e la differenziazione dei suoi diversi nuclei, da leggersi nel significato di quartieri, in un equilibrio armonioso che ha permesso ai suoi abitanti di convivere pacificamente senza alcun tipo di omologazione, e quindi senza percepire l’Altro come una minaccia ma, anzi, come una risorsa.
Per questa sintesi farò riferimento alle ricerche da me effettuate in ambito di tesi di laurea, di cui ho ripreso e approfondito una parte per la pubblicazione del saggio Le città degli abitanti. Nel libro troverai alcune ulteriori riflessioni relative alla città di Sarajevo e al ruolo svolto dal contesto urbano nelle dinamiche relazionali degli abitanti prima del conflitto, durante l’assedio e dopo la guerra, quando un flusso massiccio di profughi si è stabilito in città mentre una buona parte dei vecchi cittadini era emigrata altrove.

Entriamo adesso nel cuore del discorso, che ho diviso in tre macro temi.
1.     Le città levantine erano organizzate sostanzialmente in due parti. Il centro commerciale, artistico-culturale e religioso, la carsija, era situato solitamente sul fondo pianeggiante della valle, mentre le tranquille mahalle, dove la maggior parte della popolazione abitava, erano quartieri costruiti tutti intorno, sulle pendici delle colline.
Pur essendo il centro caratterizzato da edifici di pregio che ne aumentavano il valore estetico (il centro di Sarajevo, per esempio, è patrimonio dell’UNESCO), l’importanza e la bellezza di questi centri urbani (carsija) va ricercato nell’armonia dell’intero complesso; nell’ambito della vita urbana esso si costituisce come luogo della vita sociale, culturale, spirituale ed artistica della città. E’ nella carsija che si concentra la costruzione di moschee, scuole di ogni ordine e tipo, bagni turchi, caravanserragli, mercati coperti, fontane, tombe monumentali, cimiteri e biblioteche. Non è un caso che anche i luoghi di culto principali delle altre religioni vengano costruiti qui.
La gente si incontra per concludere affari, stringere amicizie e matrimoni e svolgere tutte quelle attività che gli edifici presenti suggeriscono. Grazie alle fondazioni dei cittadini più ricchi sono inoltre presenti mense, bagni e ostelli gratuiti per i poveri. Di non secondaria importanza sono i numerosi caffè e trattorie che la punteggiano; ancora oggi i caffè sono importantissimi per i popoli che abitano la penisola balcanica, non perché amino l’ozio, come a volte interpretano gli stranieri, ma in quanto luoghi cruciali della socialità. Ciò vale a maggior ragione nella stagione fredda, in un territorio caratterizzato da un clima continentale. Le “piazzette” formate dall’incontro delle stradine su cui affacciano le numerose botteghe artigiane, gli empori e i magazzini, erano adibite a luogo di vendita delle merci prodotte e vendute dai contadini che giungevano dai villaggi limitrofi. Non era raro sentire parlare molte lingue diverse, ciò a causa dei mercanti che qui arrivavano per vendere le merci dei loro paesi o di quelli con cui avevano contatti commerciali. La presenza dei caravanserragli, strutture che comprendono la locanda, stanze per dormire e stalle per il ricovero degli animali, ne è chiara testimonianza. I percorsi intorno al bazar erano accuratamente pavimentati e tenuti puliti da rivoli d’acqua che sprizzavano lungo le cunette laterali. A offrire ristoro dalla canicola estiva provvedevano talvolta file di gelsi, salici piangenti e pergolati di viti sotto i quali si esponevano le mercanzie.
2.      Le abitazioni erano solitamente costruite su terrazzamenti, separate alternativamente da corti interne che assicuravano la privacy dai vicini. Ciascuna abitazione era costruita utilizzando il sistema della terra cruda, opportunamente adattato alle condizioni climatiche: il primo piano in pietra, con piccole finestre, e il secondo piano, quello più propriamente abitato, con struttura lignea e tamponamenti in paglia e terra cruda. Verso l’esterno una serie di ampie finestre a bovindo permettevano l’affaccio sul panorama della città mentre la corte posteriore, solitamente adibita a giardino, costituiva lo spazio privato, un tempo il luogo delle donne. Le abitazioni più ricche erano dotate di bagni con acqua corrente.
E interessante notare la sensibilità che questo modello insediativo esprime nel suo rapporto con l’ambiente naturale, al quale si relaziona sempre con grande attenzione.
3.     L’organizzazione dei quartieri, le mahalle, era strutturata in modo tale che ciascuna mahalla fosse abitata da famiglie appartenenti allo stesso credo religioso. Sebbene quindi i quartieri fossero tangenti gli uni agli altri, quello ebraico vicino al musulmano, al cattolico o all’ortodosso, in una logica che aveva seguito la naturale espansione urbana, essi rappresentavano una forte garanzia identitaria per gli abitanti, frenando sul nascere la paura dell’omologazione. Questo modello insediativo generava così un gioco di contrapposizioni e di rispecchiamenti reciproci, di aperto e chiuso, esterno ed interno. La Carsija è tecnicamente chiusa (si capisce chiaramente dove inizia e dove finisce) ma semanticamente aperta (tutti possono svolgere in questo luogo le funzioni che accoglie) mentre ciascuna delle mahalle è tecnicamente aperta (gli edifici residenziali si sviluppano sulle colline e, fatta eccezione per quelli delle famiglie più ricche, si assomigliano a prescindere dalla religione) ma semanticamente chiusa (ogni quartiere è abitato da persone della stessa religione). Anche all’interno della casa si può applicare lo stesso tipo di lettura, essa si divide in aperta e chiusa, maschile e femminile.
In questo contesto la mahalla, definibile come unità di vicinato, era costituita da circa trenta o quaranta abitazioni, una panetteria, un mekteb (scuola elementare), una fontana pubblica ed una piccola moschea, fulcro del “quartiere”.
Come abbiamo già visto, una dato fondamentale per comprendere lo spirito della città ottomana è che, sebbene fosse abitata da una netta maggioranza musulmana, le altre confessioni non persero mai la loro identità.
Il governo dimostrò infatti un’inconsueta tolleranza verso le altre religioni, tolleranza che si evince dall’organizzazione stessa dei centri urbani.
Ai referenti cattolici, frati francescani in particolare, vennero date garanzie affinché potessero continuare le loro attività presso la popolazione cristiano-cattolica; essi erano leader spirituali, insegnanti, rappresentanti politici e dottori nell’ambito di una comunità che stabiliva la propria residenza nelle mahalle cattoliche. La posizione dei cristiani ortodossi era migliore, essendo la sede del Patriarca a Costantinopoli, in territorio ottomano, mentre la presenza delle comunità ebraica sefardite è facilmente databile alla seconda metà del XVI secolo, dopo l’espulsione dalla Spagna in seguito all’editto del 1492. Contrariamente a quanto accadeva nei paesi cattolici, l’Impero accolse gli ebrei della diaspora.
Pur mantenendo intatte le tradizioni ebraico-spagnole, essi si integrarono nella vita dei principali centri urbani. Rispettati per le loro qualità in campo medico, del commercio e dell’artigianato, gli ebrei si stabilirono nei loro quartieri, da non intendersi nella logica del ghetto ma in quella caratteristica della mahalla.

Qui puoi trovare una mappa di sintesi che ho preparato per gli studenti sulla città di Sarajevo, per capire meglio, nei fatti, di cosa stiamo parlando.

 

 

Aiutami ad arricchire questo post con il tuo  contributo!

Lascia un commento, una riflessione, una critica..

 

Foto credit by Clark & Kim Kays

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

Lascia un commento