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La cultura Kichwa nelle parole di Blanca Chancosa

Blanca Chancosa è dirigente della Confederazione dei Popoli di Nazionalità Kichwa dell’Ecuador.

Quello che stai per leggere è un documento (Bollettino Marzo 2010 Alainet) tradotto da Anna Bianchi per l’associazione italiana ASud.
“Negli ultimi anni siamo riusciti a rafforzare il Sumak Kawsay, termine che potrebbe essere considerato un’utopia, dal momento che si fonda sulla proposta di una costante lotta per l’uguaglianza. La proposta del Sumak Kawsay è inclusiva e si rivolge a donne, bambini, anziani, indigeni, africani, meticci; è per tutta la società. Per comprenderla meglio si può fare riferimento alla loro stessa lingua e alla loro cultura. Questa parola non appartiene solo agli indigeni ma si trova anche nella nostra lingua, piuttosto guardiamo l’interpretazione che ognuno le può dare nel quadro del cambiamento per raggiungere il buen vivir.
Il Suma Kawsay, seguendo l’interpretazione letteraria, sarebbe la vita nella sua pienezza, nella sua eccellenza, il meglio, la bellezza delle cose. Se tuttavia si interpreta in termini politici è la vita stessa, una mescolanza di attività e volontà politiche che significano cambiamenti, affinché non manchi il pane quotidiano alle genti e perché non esista questa disuguaglianza sociale tra uomini e donne. Il Sumak Kawsay non è solo il sogno delle popolazioni indigene, ma di tutta l’umanità.
Quando parliamo del Sumak Kawsay non ci riferiamo a un ritorno al passato, perché non possiamo neanche sostenere che sia stato perfetto ma sì, possedevamo e vivevamo il Sumak Kawsay. Il Sumak Kawsay è ciò che ci ha permesso di sopravvivere fino ad oggi, a questi 518 anni di marginalità, di discriminazione, di disuguaglianza e di razzismo, perché lo abbiamo affrontato in maniera collettiva e comunitaria. Non abbiamo la terra, come un tempo, perché è stata divisa nel minifondo, ma questa solidarietà e questa reciprocità hanno continuato a regnare e ci ha permesso di sopravvivere attraverso la lotta e la resistenza.
Principi del Sumak Kawsay
La reciprocità, la solidarietà, l’uguaglianza, il mutuo rispetto nella diversità, l’appoggio reciproco in tutti gli spazi e i momenti, fanno parte del Sumak Kasway. Nelle comunità, la reciprocità si può riscontrare, per esempio, nel lavoro nelle fattorie, nel momento della raccolta, quando si porge la mano a uno e l’altro si volta ad accompagnarlo. O anche nel caso di un matrimonio, di un dolore, di un parto, o di una malattia, quando arriva il vicino e condivide il pasto, una coperta o ciò che sia.
La reciprocità si ritrova nelle visite, nell’essere presenti reciprocamente.
Nel momento della costruzione di una casa l’appoggio è ancora maggiore, infatti, i membri della comunità, non solo vengono ad aiutarti nella costruzione della casa, ma ti portano perfino materiali e cibo. Se vedono che la famiglia che sta costruendo è particolarmente occupata, i vicini arrivano con i coltelli in mano, pronti a pelare le patate, e si propongono per fare qualsiasi cosa ci sia bisogno. In questo modo la reciprocità è permanente.
Insieme alla reciprocità vi è la solidarietà. E vero, se tu sei venuto in mio aiuto io ora sono in debito, ma al di là di questo, la solidarietà è nei gesti e nell’accompagnamento in ogni momento: nel dolore e nella gioia. È l’identificarsi con i sentimenti degli altri, di qualsiasi tono essi siano. Questo è importante perché, altrimenti, siamo ancora individualisti. Bisogna recuperare questo principio di solidarietà del Sumak Kawsay.
Anche la complementarità è cruciale per il Sumak Kasway. Le donne sono state trattate come un’appendice degli uomini perché, secondo quanto si dice, siamo state create dalla costola dell’uomo, è per questo che gli uomini credono che esistiamo solamente per servirli, ubbidirgli e/o accompagnarli senza voce né diritti. Anche con le culture avviene lo stesso, alcune si impongono e cercano di omologarle alle altre. La complementarietà significa essere trattate in condizioni di uguaglianza, è lavarsi la faccia con le due mani, è aiuto reciproco. È l’apportare ciò che manca all’altro, non essere il bastone dell’altro, né tanto meno il lavoratore dell’altro. Vuol dire appoggiarsi reciprocamente per risolvere, sviluppare e dare impulso ai sogni condivisi.
Vivere in comunità
Vivere in comunità non significa solo condividere lo stesso luogo geografico o essere legati da relazioni di consanguineità, ma significa la vita collettiva di sentirsi identificati e parte di una famiglia, in un gruppo. Questo consente di condividere allegrie, ma anche la mutua preoccupazione di come progredire in maniera collettiva e sentirsi parte di un unico albero, come popolo.
La comunità non interferisce con la vita personale, al contrario, esiste un rispetto reciproco in questo senso, perché la comunità non significa uniformarsi, né imporre un solo modello di vita. È una vita collettiva che cerca un progresso e da lì collaborazione. Va notato che nella comunità vi sono regole disciplinate dalle rispettive autorità, che devono essere rispettate nella misura in cui difendono il bene comune.
Rispettare la diversità
Vivere nella diversità significa riconoscere la storia e la cosmovisione dell’altro, riconoscere la mia storia a partire dal rispetto reciproco, lottare per gli stessi diritti alla vita a partire dalla diversità su un piano di parità, anche questo è parte del Sumak Kawsay. Consente, inoltre, la fratellanza anche appartenendo a popoli differenti. Tuttavia il mancato riconoscimento della diversità ha aperto dei solchi nei quali si crea gente di prima classe e gente di seconda, portandoci a vivere per molto tempo separati e trattati ingiustamente per incomprensione della lingua. Per raggiungere il Sumak Kawsay a partire dalla diversità, dobbiamo elaborare politiche che offrano uguali opportunità, partendo dalla diversità.
Per raggiungere il Sumak Kawsay nel paese è importante rompere con le vecchie strutture e con il monopolio delle elite e ricostruire uno Stato che integri tutte le sue componenti, mettendo in atto una politica di ridistribuzione delle ricchezze, politiche di sviluppo, politiche economiche e sociali, che si rivolgano alla società nel suo complesso. Il Sumak Kawsay è unito alla plurinazionalità, e questo vuol dire sviluppare politiche per avanzare nel quadro della diversità, in condizioni di parità per tutti e per tutte.
La Pachamama
Per i popoli la Pachamama è vita, è come il ventre di nostra madre, ci riscalda, ci alimenta, ci fornisce lavoro, in lei troviamo la gioia; per questo dobbiamo prendercene cura, perché è la vita stessa. Per molto tempo la Pachamama è stata maltrattata, saccheggiata e spogliata, a causa della voracità del sistema economico e oggi la vediamo malata, e ciò è reso evidente dal cambiamento climatico e dai disastri naturali come quelli che si sono manifestati ad Haiti e in Cile. Oggi il mondo e noi che lo abitiamo siamo all’erta, e questo per non aver saputo capire il dolore della Pachamama.
Quanto detto esige che le politiche globali vengano indirizzate nella ricerca della riparazione del danno causato alla Pachamama.
Dall’altro lato, siamo noi che abbiamo la responsabilità di aiutare a risanare questa malattia, e ciò può essere fatto con la forestazione e riforestazione, con la cura delle vegetazioni, dell’acqua e degli animali. Evitando, inoltre, la deteriorazione per sentire l’aria e il calore del sole che ci dà la vita, senza che siano interrotti con le politiche estrattive che alterano l’armonia della Pachamama.
La plurinazionalità
La plurinazionalità la concepiamo a partire dall’uguaglianza nella diversità. Significa riconoscere i diritti e creare politiche per tutti e per tutte. Se non vengono messe in atto politiche che implichino il concetto di diversità allora non esiste plurinazionalità. Senza politiche che riconoscano i diritti a parità di condizioni, non si avrà plurinazionalità. Deve tener presente del diritto dei popoli, degli uomini, degli individui, con uguali opportunità. Inoltre, deve rompere con i monopoli, combattere il razzismo, e porre fine all’ingiustizia, amministrare la giustizia con una visione plurinazionale, riconoscere e rispettare i territori dei popoli indigeni e permettere lo sviluppo dei popoli a partire dalla diversità.
La plurinazionalità non divide il paese, esige il riconoscimento di tutti i popoli che esistono; è fare la vera democrazia. La plurinazionalità significa costruire il potere del popolo; non appartiene solamente alle popolazioni indigene, ma se rispetta le caratteristiche che abbiamo chiesto, per la prima volta potremmo godere di parità di condizioni. Nessuno ne resta escluso, in realtà si può si può esercitare con tranquillità a partire dall’educazione, dalla sanità fino ad estenderlo ad ogni campo. Non si tratta di nominare un ministro indigeno, uno africano e uno non indigeno per poter affermare di avere uno Stato Plurinazionale se le politiche base, le leggi, i regolamenti e l’agenda sono interpretate solo alla luce di una visione uninazionale.
Per quanti ministri indigeni o africani stiano partecipando al Governo, non si può applicare la politica plurinazionale, né nella comunicazione, nè nell’educazione finchè permane questa visione. Noi siamo parte dello Stato, ma siamo diversi come popolo, non solo per l’abbigliamento che utilizziamo. Abbiamo culture, storie e spazi territoriali a cui deve essere consentito di potersi sviluppare. È necessaria una politica che consenta di dare una risposta a ognuno di questi elementi e deve essere trasversale e tutte le politiche, affinché facilitino lo sviluppo di ogni dipartimento, ogni ministero, in tutti gli ambiti.
Le donne nel Sumak Kawsay
L’eccellenza, la pienezza, la felicità, l’allegria, la bellezza, tutto questo è il Sumak Kawsay. Come posso essere felice se non ho un lavoro? Se i miei genitori e mio marito emigrano? Se non posso educare i miei figli? Se non ho di che mangiare? Così non possiamo provare gioia perché siamo malati. Per le donne il Sumak Kawsay, insieme alla Pachamama, sono molto importanti. Le donne come esseri umani sono donatrici di vita, non solo perché partoriamo ma perchè facciamo crescere questo nuovo essere. Noi siamo parte e siamo dentro questo ventre che è la Pachamama. Da qui l’esigenza di riconoscere la vita per tutti, ma anche con l’esercizio di diritti: pari opportunità e spazi per uomini e donne.
Persino gli orari di lavoro devono cambiare nel caso particolare delle donne per raggiungere il Sumak Kawsay, questo perché una donna che deve allattare suo figlio, che deve preparare i pasti prima di uscire per andare a lavorare, non può arrivare alla stessa ora degli altri. Bisogna prendere in considerazione la partecipazione politica delle donne ma anche queste particolarità del suo ruolo nella famiglia, che ci consenta di continuare ad essere donne, con le nostre responsabilità.
Non vogliamo creare problemi tra uomini e donne, che sorgono quando le donne assumono un ruolo di leadership. Spesso questo causa rotture famigliari e noi vogliamo evitarlo, non vogliamo essere causa della disintegrazione famigliare. Pertanto si rende necessario un aggiustamento dei sistemi di educazione, sanitari e negli orari lavorativi, altrimenti le donne non potranno godere del Sumak Kawsay.
Siamo consapevoli che le donne, a causa delle loro responsabilità, non hanno avuto le stesse opportunità degli uomini, sia in termini di tempo, che di spazi, nell’accesso al sapere. Questo, però, non significa che le donne non dispongano delle capacità e dell’intelligenza necessarie. L’esperienza relativa alla formazione delle donne, tuttavia, ci ha dimostrato che queste possono restare un po’ indietro rispetto agli uomini, anche se hanno camminato accanto nel lavoro della comunità e nelle mobilitazioni. Come se gli uomini camminassero più rapidamente, perché hanno potuto dedicare più tempo per acquisire maggiore conoscenza e partecipare alle riunioni.
A ciò si aggiunge la maggiore facilità con cui i genitori spingono gli uomini all’istruzione, fino alle scuole superiori, mentre quando si tratta di una donna l’importante è che questa sappia leggere, arrivando solo ai primi anni di scuola. Anche se ai giorni nostri abbiamo raggiunto il riconoscimento di certi diritti, come la partecipazione negli spazi di lavoro e di leadership, il riconoscimento di certe leggi, a favore delle donne e della famiglia, tuttavia, queste non vengono debitamente applicate. C’è bisogno di una maggiore sensibilizzazione nei compagni uomini.
Speriamo nel cambiamento della nuova generazione, per questo attribuiamo una particolare importanza alla formazione all’interno del tessuto familiare. Collaborare per sentire che le donne e gli uomini possano superare queste situazioni del tempo e dello spazio e di responsabilità famigliari, perché possano godere delle stesse condizioni. Le donne devono partecipare, perché abbiamo opinioni e possiamo rafforzare le agende politiche che sono in fase di pianificazione all’interno di un movimento, almeno se culturalmente affermiamo che è composto da bambini, uomini, donne, giovani.”

 

 

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Foto credit by Jan Smith

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono architetto, operatrice di Teatro Sociale® e docente di sostegno. Da ormai 15 anni, prima come esperta esterna ed ora come docente interna, faccio progetti inclusivi nelle classi. Nella sezione delle Attività didattiche troverai qualche spunto per affrontare le lezioni in modo diverso. Per esperienza posso assicurarti che le metodologie utilizzate sapranno coinvolgere TUTTI i tuoi studenti su qualsiasi argomento, più o meno ostico, tu voglia proporre. TUTTI senza eccezioni! Con risultati sorprendenti

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