Abitare i luoghi Risorse

Il concetto dell’abitare nell’Africa sub-Sahariana

Si, lo so, sto parlando di un’area vastissima!!..Vorrei dare però alcune informazioni generali che ti permettano di orientarti  a seconda dei contesti geografici, per capire a grandi linee quali siano le relazioni fra tradizioni abitative e contesti ambientali di partenza. Per quanto riguarda invece alcune tradizioni abitative specifiche, le tecniche e i materiali utilizzati, ti suggerisco di vedere queste schede.

Nel corso dei secoli movimenti di popoli e di persone provenienti da ambienti culturali completamente differenti hanno attraversato questo vasto territorio. E’ perciò facilmente comprensibile che i gruppi etnici, alcuni più di altri, abbiano avuto la possibilità di contaminarsi. Gli studi dell’etno-matematico R. Eglash, che negli ultimi anni hanno originato interessanti canali di ricerca, ci informano inoltre che le culture africane, nel design, nell’architettura e nell’organizzazione stessa delle città tradizionali,  sono leggibili secondo il modello dei frattali, cioè secondo algoritmi più o meno semplici che danno luogo a forme e geometrie anche assai differenti fra loro (lo schema frattale della foto rappresenta un piccolo villaggio africano). Il frattale, che  visivamente ritroviamo in moltissimi elementi naturali, dai profili delle montagne alle coste, dalle felci ai broccoli romaneschi, è un protagonista della vita umana anche dal punto di vista concettuale, come struttura che si auto-organizza; a titolo di esempio posso dire che il nostro cervello si comporta come un frattale, la sostenibilità degli ecosistemi (senza l’intervento dell’uomo..) si autoregola come un frattale..Eglash parla quindi dell’esistenza di una cultura matematica africana che propone il modello frattale sia in termini di rappresentazione simbolica (design, rituali religiosi,  acquisizione del pensiero complesso) sia come efficace sintesi pragmatica per la risoluzione di problemi concreti, quali possono essere l’organizzazione urbana o la miglior soluzione tecnologia per realizzare barriere frangivento.  Questa parentesi matematica, assai suggestiva e illuminante (se hai visto il video che ho postato immagino che sarai d’accordo!), sarebbe piaciuta molto anche a Diop, il primo a dimostrare la natura non esclusivamente “emotiva”  della cultura africana.

I frattali dunque, e quindi i concetti dell’auto-regolazione e delle parti che  sono simili  al tutto nelle loro forme, ci  aiutano a leggere sia l’organizzazione sia la fisionomia degli insediamenti.
Quali altri parametri entrano in gioco per capire la logica delle scelte e i modelli concettuali degli insegnamenti?  Come sempre accade, la presenza di contesti anche diversissimi fra loro, sia di tipo ambientale che sociale (dalla foresta equatoriale alla savana, dalle città stato alle società segmentarie organizzate intorno ai villaggi), presuppone una moltiplicazione notevole di linguaggi formali. Nonostante ciò, è possibile individuare alcune valenze tradizionali –  i sistemi mitico-simbolici, la suddivisione in classi di età, l’unità residenziale della famiglia allargata – persino nelle grandi metropoli, dove sempre più abitanti si stabiliscono nella speranza di una vita migliore.

Prima di procedere vorrei comunque farti presente che la storia dell’architettura è ancora lontana dal poter restituire l’intreccio di interferenze culturali e di relazioni che hanno influenzato il concetto dell’abitare in questa vasta area.

Quello che ti propongo è uno schema di orientamento.

1.     ARCHITETTURA NELLE SOCIETA’ SEGMENTARIE

Nelle società caratterizzate da un potere decentrato (solitamente matriarcali) gli insediamenti si cannotano come strumento di coesione sociale, come coordinamento e condizionamento spaziale ancor prima che costruzione.

Cosa significa? Ora lo vedremo

Innanzitutto deve essere tracciata una linea di demarcazione  fra le società nomadi (ad esempio delle foreste) e quelle sedentarie.

A          Società nomadi. Per le società nomadi l’architettura è essenzialmente organizzazione del territorio, il che comporta un ruolo secondario della costruzione. Mancando la proprietà del suolo, la casa si costituisce come la più preziosa delle suppellettili, con i requisisti di prefabbricazione, leggerezza e rapida smontabilità. La casa è immagine della famiglia, il nucleo più piccolo della comunità. E’ la disposizione dell’insediamento che chiarisce i rapporti fra i componenti del gruppo. In questo caso il ruolo di strumento sociale è svolto anche dal territorio, sul quale si concentrano  le attività interpretative della comunità.

Mi spiego meglio.

L’interpretazione del territorio è già una schematizzazione in funzione dei rapporti sociali. La raccolta e la caccia portano alla localizzazione in determinati luoghi (o addirittura in singole piante) dei diritti dei gruppi o dei singoli e alla definizione di un legame economico, e quindi anche mitico-rituale, tra il gruppo e il luogo. Ogni soggetto conosce quali sono i propri diritti di raccolta e di caccia sul territorio considerato della comunità. In questo caso il mito acquista una valenza mnemonica che serve non solo a ricordare i riti di ricostruzione del mondo e di propiziazione delle forze vitali, ma anche gli appuntamenti stagionali, le tecniche di caccia, l’orientamento territoriale, le attività di trasformazione. La ri-creazione del paesaggio attraverso il racconto orale delle proprie origini e della propria storia assume il carattere di un’attività architettonica globale; si assiste infatti alla semantizzazione degli elementi paesistici.

Cosa significa tutto ciò? Il racconto serve per orientarsi in un territorio naturale che si distingue per essere da un lato fonte vitale (cibo-animale e vegetale-, erbe medicinali) e dall’altro un ambiente potenzialmente molto pericoloso (animali selvatici, natura selvaggia, erbe mortali). A ciò si aggiunga il fatto che la foresta tropicale rischia di essere percepita dai giovani, ancora senza esperienza, come un territorio indistinto e difficilmente percorribile. Ecco allora che per i cacciatori-raccoglitori il territorio, o una parte di esso, può essere “sostituito” dalla figura dell’eroe creatore. Le parti del corpo sono assimilate agli elementi del contesto naturale, che in questo modo interagiscono umanamente. Attraverso la narrazione, che schematizza la percezione del territorio, si applica una sorta di arte della memoria agganciata al contesto ambientale. Questo stratagemma permette loro di imparare ad orientarsi grazie al racconto dei più anziani del gruppo; la narrazione dei miti serve quindi per imparare a riconoscere, nell’ambiente naturale percorso, gli elementi di riferimento. L’ambiente naturale che per noi è percepito come indistinto, viene trasformato in paesaggio.

A proposito degli insediamenti nelle foreste pluviali tropicali vorrei fare una breve disgressione. Recentemente fra Honduras e Nicaragua,  nel cuore della foresta pèluviale, sono stati scoperti alcuni reperti archeologici che risalirebbero a una civiltà urbana precolombiana. Attraverso le prime analisi effettuate dal cielo con sofisticati sistemi di rilevamento si sono potuti individuare tre siti che celerebbero la presenza di strutture urbane di dimensioni notevoli, inclusi terrazzamenti dedicati all’agricoltura. Questa scoperta, pur riferendosi a un altro continente, offre nuove e interessanti prospettive.

B          Società sedentarie. Con il predominio dell’agricoltura il fattore determinante della proprietà della terra esercita un’influenza precisa sulla costruzione degli edifici, siano essi collettivi o familiari. Il territorio si suddivide in due parti, la natura selvaggia e i campi coltivati; sono questi ultimi a costituire la base economica, giuridica e simbolica sulla quale si costruisce lo sviluppo della casa, del villaggio, del mondo artificiale. Ciò nonostante sono evidenti le tracce lasciate nel substrato delle società agricole da quelle nomadi, sia nel rapporto armonico fra spazio umano e naturale, sia come intima relazione fra le parti dell’insediamento. L’unità culturale dei diversi popoli dell’africa occidentale, che riconoscono una comune origine attraverso il riferimento convenzionale a un centro del mondo unico, ha una espressione particolare nel santuario, il luogo dell’origine storica. Sebbene le tradizioni architettoniche e costruttive, la struttura sociale e le risorse produttive possano essere differenti, uguale resta il meccanismo interpretativo della realtà. La casa, il villaggio, i campi sono visti come entità in formazione, partecipanti alla vita del cosmo. La costruzione dello spazio abitato appare come strumento decisivo per il mantenimento di un equilibrio dinamico. Il concetto di tipo architettonico, in questa prospettiva, è lo strumento fondamentale della trasmissione dei valori tradizionali, grazie ai significati che ciascun gesto concreto produce nell’immaginario della collettività.

2.     ARCHITETTURA NELLE SOCIETA’ CON POTERE CENTRALE

Nelle società con un potere più strutturato l’organizzazione spaziale del villaggio è rigorosamente gerarchica in base ad una divisione dello spazio che si riferisce spesso al corpo umano; in questo contesto il capo e la moglie, o le sue mogli, si vanno a collocare nella posizione della testa.
La casa tradizionale è ancora riferibile a una matrice comune: uno spiazzo scoperto circondato da ambienti coperti di servizio; vi è una separazione dal tessuto abitativo circostante, talvolta anche fisica (muretti a secco, muretti in terra cruda) che garantisce la privacy fra i vari nuclei familiari. L’ingrandimento del gruppo familiare o la sua posizione preminente nella struttura sociale del villaggio, o del quartiere urbano, possono determinare la moltiplicazione dei cortili e delle stanze che si affacciano (auto-organizzazione frattale). Gli ambienti che si affacciano sulla corte scoperta sono solitamente il/i granai, una stanza di distribuzione da cui si accede alle camere da letto (da una in cui dormono tutti a tante quanti sono i componenti, dipende dalle disponibilità economiche) e la cucina (se le donne del nucleo familiare non vanno d’accordo possono esserci anche più cucine). Lo spazio scoperto è considerato al pari di quello coperto, tanto da essere il luogo della vita diurna. La cucina è solitamente divisa in due parti da un muretto; da una parte, quella retrostante rispetto allo spiazzo, la moglie del capofamiglia cucina aiutata dalle altre donne e dalle figlie più grandi, che devono imparare; dall’altra parte, una sorta di terrazza rialzata o di patio coperto da una stuoia, mangia il capofamiglia. Per famiglia si intende solitamente un nucleo famigliare allargato rispetto al concetto mononucleare; in questo contesto i bambini sono allevati come se fossero fratelli e questo si evince anche nel momento del pasto, quando i figli si organizzano per mangiare nello spiazzo aperto, raggruppati per classi di età; questa divisione è funzionale sia al tipo di cibo che mangeranno, sia all’obbligo dei più grandi di aiutare i più piccoli. L’organizzazione dello spazio architettonico da modo a chiunque arrivi di capire le relazioni all’interno del gruppo (la terrazza/patio è una sorta di capo tavola e di poltrona padronale).
Nelle società musulmane del nord, ovviamente, vi è una ulteriore organizzazione degli spazi a causa della divisione fra quelli femminili e maschili. Avremo allora la stanza del capofamiglia, quella delle mogli e dei rispettivi figli (più stanze a seconda delle disponibilità economiche), i granai e la/le cucine (a seconda di quanti sono nel nucleo famigliare e in relazione al rapporto esistente fra le mogli). Se ci sono animali di allevamento questi hanno la loro stalla prospiciente la corte interna oppure vengono chiusi in un recinto al centro della corte.
L’albero è sempre presente nell’atto di fondazione dell’insediamento. Considerato quasi come l’ospite che accoglie il gruppo in un nuovo territorio, esso, grazie alle offerte fatte periodicamente, mantiene saldo il rapporto fra il gruppo e la terra, intesa come natura madre, in un sistema di relazioni che, come abbiamo visto, è costantemente alla ricerca di un equilibrio dinamico di armonia universale.
La localizzazione del principio divino (genius loci) in un albero, fra l’altro, è una delle connessioni principali fra la concezione del villaggio e la città, dove i nuovi quartieri periferici della metropoli si costituiscono spesso come villaggi in un contesto fuori scala. Nella maggior parte dei centri urbani non esiste una seria pianificazione urbanistica né la volontà di progettare uno spazio urbano che vada incontro all’immaginario di riferimento dei futuri abitanti.
Il processo di urbanizzazione del territorio, molto veloce e privo di un’idea fondante a guida dei processi insediativi, è stato quindi la causa, qui come altrove, dello stravolgimento dei riferimenti significanti del patrimonio identitario. Come spesso accade vi è, nella costruzione spontanea della periferia urbana, un’irrazionale ricerca di elementi in cui riconoscersi, siano essi tangibili o intangibili. A rendere ancora più complessa la presenza delle comunità urbane sul territorio e le conseguenti dinamiche sociali, in questo caso, vi è la tribalizzazione della società operata della politica colonialista e neocolonialista, che si va a sommare ai comportamenti tipici dei processi di inurbamento, studiati per la prima volta dai sociologi della scuola di Chicago (in sintesi: i gruppi dei neo arrivati vanno ad insediarsi in luoghi che riconoscono come affini a quelli di origine e/o vicino a coloro che riconoscono come loro simili, per bilanciare il senso di sradicamento derivato dall’emigrazione, tanto da creare le varie little Italy, China town, ecc. L’emancipazione, del singolo prima e del gruppo poi, all’interno della società preesistente sul territorio, fa si che si attivi un processo di filtering down verso il centro; questo significa che quelli “arrivati”, “inseriti” si spostano nelle zone centrali della città, cedendo le case in periferia ai nuovi arrivati della stessa comunità o, nel tempo, alle nuove comunità emarginate dalla vita socio-economica del centro urbano che nel frattempo si allarga). A ciò si aggiunga l’eredità della città coloniale, laddove centro e periferia erano concetti che traducevano l’appartenenza o meno alla razza dominante.

 

 

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Foto credit by Amber Case

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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