Attività didattiche

I rituali di accoglienza. Interviste in famiglia e..TEATRO!!

ASCOLTO ATTIVO. Cornici culturali, tradizioni abitative, trasmissione intergenerazionale del sapere e competenze di cittadinanza attiva.

A CHI SI RIVOLGE: Studenti di 8-16 anni.

DOVE SI SVOLGE: In aula, nell’ambito del gruppo classe.

OBIETTIVI:

  • rafforzare l’autostima degli studenti;
  • stimolare il protagonismo degli studenti in qualità di mediatori culturali presso le famiglie;
  • stimolare le competenze di cittadinanza attiva:
    • comunicare e comprendere;
    • collaborare e partecipare;
    • individuare collegamenti e relazioni;
    • agire in modo autonomo e responsabile;
    • acquisire ed interpretare l’informazione;
    • risolvere problemi.

METODOLOGIE: indagine qualitativa sul campo (intervista), analisi dei dati, drammatizzazione.

AREE CURRICOLARI: Interdisciplinare, con particolare predilezione per le materie letterarie (storia, italiano, geografia, educazione civica) e tecnologia (cultura materiale).

SVOLGIMENTO

Intervista ai genitori e a due nonni sui rituali di accoglienza presenti nelle loro famiglie di origine. Gli studenti dovranno ricopiare le interviste su fogli protocolli che andranno poi condivisi in classe.
Per ciascuna domanda ho scritto la risposta di una nonna, per dare un’idea di quali siano le informazioni che dovranno ottenere. Puoi decidere di lasciare questo o di mettere un altro esempio sul testo guida che consegnerai. Spronali a non essere poveri di particolari, la comunità classe ha bisogno dell’aiuto di tutti per capire ed arricchire così il suo bagaglio di conoscenze! Spiega loro che non devono dare nulla per scontato; ciò che per loro può avere un significato ovvio, per altri può avere un significato sconosciuto, oppure opposto!! Possono farsi aiutare dai grandi per scrivere le risposte. Il loro compito sarà soprattutto di fare tutte (TUTTE) le domande necessarie per capire bene le risposte, saperle spiegare ai compagni e rispondere alle loro eventuali domande di chiarimento. Alla fine, se vuoi, potrai organizzare un meraviglioso spettacolo teatrale a cui invitare anche le famiglie! Ma procediamo con ordine.

SCHEMA DELLE DOMANDE

1) Dove abitavi quando eri piccolo/a? Chiedi la nazione, la città/paese, centro/periferia e localizza il sito geograficamente). Guarda bene (o segna) su una cartina la località per mostrarla poi ai compagni di classe.
Esempio: LA NONNA. (madre della mamma). Abitavo in Italia, a XXXXX, un paesino sull’argine del Po, in Emilia Romagna, in provincia di Piacenza.
Mamma:________________________________________________________________________
Babbo:_________________________________________________________________________
Nonno/a:___________________________________________________________________________Nonno/a:_________________________________________________________________________
2) Com’era la tua casa? (Isolata in campagna? Nell’aggregato urbano? Di che materiali era fatta? Quante stanze? Spiegare cosa si faceva in ciascuna stanza). Fare un disegno della casa o, se c’è, portare una foto (della casa oppure del quartiere, del villaggio, del paese), così facciamo una bella fotocopia e poi l’attacchiamo su un cartellone.
Esempio: LA NONNA. Abitavo in una casa di un paese di campagna, con un cortile chiuso dove tenevamo gli animali; alcuni erano liberi in alcune ore del giorno (galline), altri stavano sempre nella gabbia (alcuni conigli). La casa era di mattoni, con un intonaco grigio, e l’aveva costruita mio papà quando era un ragazzino (negli anni ’30), insieme ai suoi fratelli maggiori e al nonno. Era una bifamigliare dove abitavamo noi e la famiglia di un fratello del papà; la nostra parte, come la loro, aveva 4 stanze, 2 al piano terra e due al piano di sopra, più la soffitta, dove c’erano alcuni armadi e uno spazio libero per il cibo da conservare per l’inverno, soprattutto frutta e vasi con le verdure dell’orto. Al piano terra c’erano la cucina e la sala; la cucina era la stanza più vissuta, anche perché era l’unica con la stufa! La sala era sempre tenuta in ordine ma noi non ci andavamo quasi mai, per non sporcarla o rovinarla. La cucina veniva chiamata anche “la casa”, proprio perché era la stanza in assoluto più importante. Al piano superiore c’erano due camere da letto, una per i genitori e l’altra per noi figlie. Ogni stanza aveva due finestre (non grandi). Il bagno era fuori, vicino all’orto.
Mamma:__________________________________________________________________________
Babbo:_____________________________________________________________________________Nonno/a:___________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
3) Quando arrivavano ospiti dove li ricevevate? (Spiega bene le differenze di comportamento con i bambini e gli adulti, i parenti, gli amici e gli estranei, gli uomini e le donne)
Esempio: LA NONNA. Con i miei amici, quando ero bambina, stavamo quasi sempre fuori casa, sull’argine, a Po o nella strada del paese; in inverno stavamo nelle sale della scuola o dal prete, dove la domenica si faceva anche il cinema. Solo quando il tempo non era bello, con le mie amiche a volte giocavamo con le bambole sotto il portico di casa o in cucina. In casa comunque stavo il meno possibile (per colazione, pranzo e cena, per fare i compiti di scuola e per dormire). Quando venivano a trovarci degli adulti, che fossero amici, parenti o estranei, uomini o donne, venivano sempre ricevuti in cucina o, in estate, sulle sedie o le poltrone all’aperto, sotto il portico fra la casa e la cascina. Se erano persone estranee o di riguardo, o comunque non di famiglia, venivano usati i servizi buoni. Era un gesto di riguardo. Comunque non si ricevevano spesso queste persone perché in paese ci si conosceva tutti e le persone più ricche abitavano un po’ fuori. Gli ospiti erano ricevuti indifferentemente da mia madre o da mio padre, che fossero uomini o donne. In ogni caso mio padre lavorava sotto il portico dietro casa perchè era un falegname, quindi se qualcuno voleva parlare con lui andava direttamente sotto il portico e poi entravano in casa insieme.
I miei amici maschi invece non sono mai entrati in casa mia. Se mi dovevano chiamare lo facevano dal cortile e io uscivo a giocare; durante la preadolescenza e l’adolescenza, poi, c’era un’altra regola non scritta ma osservata da tutti: se mi chiamava un amico, potevo uscire a giocare solo se non ero l’unica femmina in mezzo a maschi. In quella fase di età, inoltre, dovevamo sempre restare in luoghi dove, se gli adulti volevano, potevano vederci. Io sono stata una dei pochi giovani del paese ad aver proseguito gli studi alle superiori, in città e poi l’unica donna ad essere andata all’università (Milano); per questo motivo dall’età di 14 anni ho iniziato ad avere ritmi, tempi e una mentalità sempre più diversa da quella del paese.
Mamma:___________________________________________________________________________
Babbo:____________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
4) Quali erano le occasioni in cui avevate ospiti?
Esempio: LA NONNA. Gli amici e i parenti, che erano anche i nostri vicini di casa, venivano a trovarci spesso, così come noi andavamo da loro. Era la vita di paese. C’erano poi delle occasioni speciali, in cui si cucinavano piatti e dolci particolari e si tiravano a lucido i servizi buoni. Erano le feste comandate: Natale, Pasqua, Santa Lucia (il 13 Dicembre) e la festa di S.Francesco (4 ottobre), il patrono del paese. In queste giornate ci venivano a trovare anche gli amici e i parenti che erano andati ad abitare lontano e si stava insieme, in cucina. Fra amici e parenti non era obbligatorio accettare i cibi o le bevande offerte, anche se accettare significava fare gli onori ai padroni di casa. A Ottobre, per San Francesco, si faceva il pranzo con i parenti nella sala, perché ancora non era troppo freddo. (a parte questa giornata e pochi altri pranzi occasionali nella stagione più calda, in sala ci andavo solo io a leggere quando non volevo essere disturbata)
Gli ospiti estranei erano molto rari e creavano grande agitazione in mia mamma. Uno era, ad esempio, il Dutturon, il dottorone, cioè il dottore della mutua, che veniva trattato con grande riguardo.
Mamma:__________________________________________________________________________
Babbo:_____________________________________________________________________________Nonno/a:__________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
5) Com’erano le stanze (o la stanza) in cui si ricevevano gli ospiti? Dove si facevano accomodare? (Fai un disegno o porta una foto). Bisognava rispettare alcune regole della casa?
Esempio: LA NONNA. In cucina c’era un divano alla turca rivestito di tela con i cuscini, il tavolo di legno con le seggiole, la stufa a legna su cui si cucinava, e, in inverno, si asciugavano i panni, la credenza e, quando sono diventata grande, anche il piano cottura con il forno e il frigorifero. Il lavello era nel sottoscala. Noi eravamo più moderni di alcuni nostri vicini perché avevamo l’acqua in casa. Molti di loro dovevano uscire per prenderla dal pozzo, che si trovava nel cortile. Non c’era l’abitudine di cambiare le scarpe o le ciabatte quando stavamo in casa. Gli ospiti entravano e si accomodavano sul divano o sulle sedie, non faceva differenza. La sala aveva un tavolo con le sedie, un buffet e un controbuffet (credenze), tutti di legno intarsiato (mio papà era falegname), dove erano riposti tutti i servizi per gli ospiti e per le grandi occasioni, quasi tutti regali di matrimonio dei miei genitori. La televisione non c‘era, e anche per il telefono si andava nei locali pubblici.
Mamma:___________________________________________________________________________
Babbo:____________________________________________________________________________
Nonno/a:_________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
6) Cosa si offriva agli ospiti? Se le bevande o i cibi offerti non sono conosciuti da tutti o hanno nomi particolari, spiegare di cosa si tratta.
Esempio: LA NONNA. Alle amiche che venivano a giocare a casa offrivo la merenda; la mamma ci preparava delle fette di pane con burro e marmellata, burro e zucchero o i salumi, oppure la frutta. A volte mia mamma faceva la torta, o la crostata o il pane degli angeli (una specie di pan di spagna molto morbido). Noi bevevamo acqua di rubinetto. Agli adulti si offriva il caffè, un bicchiere di vino o un liquore, a seconda di cosa preferivano (si conoscevano i gusti degli ospiti). C’erano sempre alcune bottiglie di queste bevande apposta per gli ospiti abituali (ad esempio il marsala per un’amica della mamma). L’unica differenza, per gli adulti, erano i servizi che tirava fuori la mamma. Se erano di casa i piatti e i bicchieri erano quelli di tutti i giorni, se erano estranei, o persone considerate importanti (i Signori), allora si usavano i servizi buoni. Erano del servizio buono anche i piattini e le posate. Noi non li usavamo mai, tranne che nelle feste comandate, quando si preparavano anche i piatti tradizionali.
Mamma:___________________________________________________________________________
Babbo:____________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
7) Com’erano il vasellame, le porcellane e gli oggetti che non mancavano mai sulla tavola quando c’erano ospiti? C’era la musica? Quale? Fai dei disegni o porta delle foto.
Esempio: LA NONNA. Di solito l’atmosfera era molto informale, quindi nulla di diverso dal solito. Ricordo che c’era sempre la radio accesa. I bicchieri erano quelli di vetro di tutti i giorni, così come piatti e posate. Quando c’erano invece ospiti estranei, o nelle feste importanti, si usavano i servizi belli; me li ricordo tutti perché non erano molti e venivano trattati con grande attenzione. Avevamo un servizio di piatti in ceramica bianca con il filo d’oro, uno, sempre bianco, per il caffè e uno per il tè, tre servizi di bicchieri, uno per l’acqua e il vino e gli altri due per i liquori, un servizio bello di posate, che però noi bambini non usavamo mai, e alcune zuppiere, sempre di ceramica bianca. Ricordo che una di queste zuppiere bianche aveva quasi un secolo ed era un oggetto ereditato dal papà da una sua zia.
Mamma:___________________________________________________________________________
Babbo:_____________________________________________________________________________Nonno/a:__________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
8) Quali erano le frasi di rito con gli ospiti quando arrivavano? Quali le domande che non mancavano mai? Come ci si doveva comportare? Quali erano i codici di interpretazione?
Esempio: LA NONNA. Innanzitutto devo dire che i miei genitori non sapevano bene l’italiano. Solo noi bambini parlavamo bene, anche se quando ci rivolgevamo agli anziani dovevamo parlare in dialetto perché altrimenti non avrebbero capito. Questo per dire che gli adulti fra loro parlavano in dialetto e si sforzavano di parlare in italiano solo con gli estranei, per esempio con il dottore o con la maestra; era un segno di rispetto perché avrebbero potuto non capire. Di solito non c’era un rituale con gli ospiti perché erano amici e parenti e ci si vedeva tutti i giorni, o quasi. La chiave era sempre dentro la toppa e loro bussavano ed entravano contemporaneamente. Quando si sentiva bussare e non entrava nessuno voleva dire che l’ospite non era della cerchia stretta. Chiunque arrivasse si salutava e gli si offriva qualcosa. Se la persona rifiutava non ci si offendeva. Io e la zia (mia sorella) dovevamo ricordarci sempre di salutare chi arrivava o andava via, usando il Voi se erano adulti (a meno che non fossero di casa, allora si dava del Tu), il Lei se erano Signori, cioè ricchi da generazioni (i possidenti terrieri o i loro fattori). Quando mi sbagliavo e usavo il Lei (quando ero una bambina non mi sembrava facile distinguere) mi dicevano ”Non darmi della Signora!” o “Non darmi del Signore!”. Io, quando c’erano estranei in casa, cercavo di non incontrarli e stavo fuori, anche se faceva freddo ed ero da sola. Comunque, a parte il Lei e il Voi, che mi creavano un po’ di ansia, potevo parlare con gli ospiti, se volevo dire o chiedere qualcosa, l’importante era che parlassi in modo educato. Anche se a volte ero timida e mi vergognavo un po’, guardavo sempre negli occhi le persone con cui parlavo, anche gli anziani. Era un segno di maturità (avevo vinto la timidezza) e di apertura sincera. Nel nostro codice di interpretazione dei comportamenti, infatti, se non si guardava negli occhi l’interlocutore potevano esserci due interpretazioni:
1- grande timidezza e soggezione; se un bambino si rivolgeva ad un adulto poteva essere facilmente comprensibile il disagio, se invece si trattava di due adulti che si conoscevano..la timidezza eccessiva di uno dei due poteva essere intesa come carenza di personalità, difficoltà di socializzazione o vero e proprio disagio psicologico;
2- mancanza di sincerità, intenzioni negative, cattiva coscienza, cattive intenzioni; questi erano i significati che si attribuivano allo sguardo basso nel caso si trattasse di un adulto estraneo. Certo, c’era anche il dubbio che potesse essere molto timido, ma non faceva comunque una buona impressione. Si rimaneva con l’idea che era meglio non fidarsi, almeno non prima di aver conosciuta bene la persona.
Se l’ospite era un estraneo allora si presentava e spiegava il motivo della visita; poi gli adulti si stringevano la mano destra e la mamma o il papà diceva “Prego, si accomodi” o “Prego, accomodatevi”, per quello che ho spiegato sul Voi/Lei e poi “Posso offrirle/offrirvi qualcosa?”.
Innanzitutto bisogna dire che a quel tempo la stretta di mano aveva anche un significato simbolico, dava valore di patto alla parola data guardandosi negli occhi, come se si fosse stipulato un contratto. Guai a venir meno a quello che si era pattuito con una stretta di mano! Era da persone disoneste e senza dignità non mantenere la parola data. Forse anche per questo motivo, la stretta di mano aveva il suo codice di interpretazione, che valeva per costruire le prime impressioni sulla persona che si incontrava (come accadeva con lo sguardo). Se la stretta era forte e decisa significava che la persona aveva personalità, energia vitale, questo faceva una buona impressione; se invece la persona aveva “la mano morta”, cioè la stretta era debole, si interpretava come carenza di personalità, di energia vitale, e questo non faceva una buona impressione. Se la stretta era troppo decisa, forte, e prolungata, tanto da farti male, questo poteva essere interpretato come un segno di grande esuberanza o di prepotenza; se la stretta era bella ma prolungata, allora significava un interesse particolare della persona nei nostri riguardi; questo poteva essere considerato offensivo (per una donna sposata, ad esempio) o lusinghiero (se la donna ricambiava l’interesse).
Se si conosceva l’ospite, ma non era abituale e non apparteneva alla cerchia stretta di amici e parenti, allora si diceva “La/Vi trovo bene, stanno tutti bene in famiglia?” e, in ogni caso, “Prego, si accomodi” o “Prego, accomodatevi”, per quello che ho spiegato sul Voi/Lei e poi “Posso offrirle/offrirvi qualcosa?”. Se, infine, l’ospite era un parente o un amico stretto, ma non si vedeva spesso, si dicevano le stesse cose, ma ci si baciava e ci si dava del tu. In tutti i casi in cui l’ospite non era abituale faceva piacere se accettava ciò che gli veniva offerto; in questo caso era un segno di rispetto dell’ospite nei nostri confronti. Per educazione accettava sempre almeno un sorso di bevanda o un assaggio di cibo. Se non finiva tutto “doveva” (per educazione) dire che aveva molto gradito e spiegare perché non aveva consumato tutto. La mamma offriva sempre il caffè, la sua bevanda preferita, per avere compagnia, ma poi ognuno sceglieva quello che preferiva.
Mamma:___________________________________________________________________________
Babbo:____________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
Nonno/a:__________________________________________________________________________
9) Quali erano le frasi di rito con gli ospiti quando andavano via?
Esempio: LA NONNA. Anche in questo caso non c’erano frasi particolari con chi si vedeva tutti i giorni. Se invece erano visite più sporadiche di una persona cara o di persone care si diceva “Stai/state bene neh, tante belle cose a te/voi e a tutta la famiglia”; in questo caso il voi era per il plurale. Se l’ospite aveva parlato in particolare di una questione irrisolta o di un evento futuro che gli stavano a cuore si facevano gli auguri affinché tutto si concludesse nel migliore dei modi. Se erano ospiti estranei invece “ Arrivederci, stia bene”, oppure “Arrivederci, state bene”, per il motivo che ho spiegato prima del Voi e del Lei, e poi ancora “Tante belle cose a Voi/Lei e a tutta la famiglia”. Questo augurio generico valeva sempre!
Mamma:__________________________________________________________________________
Babbo:_____________________________________________________________________________Nonno/a:__________________________________________________________________________
Nonno/a:_________________________________________________________________________
Dai un limite di tempo entro il quale gli studenti dovranno consegnare le interviste. Spiega bene che non esistono risposte migliori o peggiori, sono tutte perfette perchè ciascuno risponde a seconda del proprio vissuto!

Questo fatto, che può sembrare scontato, è invece una parte fondamentale per la riuscita dell’attività. Sarà tuo compito creare le premesse affinchè nessuno studente, e di conseguenza nessun genitore o nonno, si senta a disagio…Trasmetti il tuo entusiasmo, valorizza le differenze, dai importanza al patrimonio culturale che stiamo perdendo, menziona il progresso tecnologico e le sue due variabili, nel tempo e nello spazio..insomma, fai in modo che gli studenti abbiano voglia di raccontare con orgoglio il proprio micromondo! Saranno loro a trasmettere questo entusiasmo a genitori e nonni.
Al momento della consegna, ti consiglio di condividere per prime, insieme alla classe, le risposte date dai nonni perchè, sicuramente, presenteranno una maggior varietà di risposte e situazioni meno familiari rispetto a quelle raccontate dai genitori. In questo modo, inoltre, nell’incontro successivo gli studenti potranno leggere meglio il salto generazionale, e potranno confrontarsi con i loro genitori. Può accadere che per alcuni studenti di origini straniere il salto generazionale significativo per cambiamenti appartenga a loro (ad esempio, l’acqua e il bagno in casa). In questo caso, non essendoci in classe nonni autoctoni che fungano da lieson emotiva, il tuo ruolo da leader sarà fondamentale: sarà tuo compito fare in modo che queste differenze siano percepite con rispetto e dignità e non diventino l’occasione per prese in giro. D’altra parte non devi spaventarti. Se stai facendo un’attività di intercultura è proprio perchè desideri che le differenze presenti nella tua classe diventino una ricchezza per tutti! Se hai timore di scatenare l’inferno, perchè sai già che ci sono in classe studenti con un’identità fragile e conflittuale, o dinamiche deleterie o atti di bullismo, e non vorresti peggiorare la situazione..beh, inizia con l’attività in cui sono presenti i nonni. Vedrai che ti aiuteranno molto in questo senso.

UNITA’ DIDATTICA MINIMA

  • 1 ora: spiegazione del lavoro da fare, con esempi presi dalla propria esperienza e/o ripresi dall’esempio che ho scritto. Naturalmente se ci sono studenti di origini straniere di cui conosci alcune usanze, menzionale, in modo che già si prospetti la pluralità delle risposte.
  • 2 ore: condivisione in aula delle risposte date dai nonni.
  • 2 ore: condivisione in aula delle risposte date dai genitori. Confronto, riflessioni, valutazioni.

Possibili approfondimenti

Gli studenti amano fare teatro! E se sono timidi, farlo nell’ambito di un gruppo, con un semplice canovaccio, senza parti da imparare a memoria, li aiuterà a vincere i propri timori. In questo caso puoi dividere la classe in gruppi di 4-5 studenti; a ciascun gruppo assegnerai una visita diversa, per cornici culturali, per contesto sociale/culturale/economico, per persone coinvolte (amici/parenti/estranei/donne/uomini). In base a quanto emerso nelle interviste, prepara per ciascun gruppo un canovaccio della visita che dovranno rappresentare.

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Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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