A tutto campo!

Giovani terroristi europei e senso di appartenenza. Il potere immenso dei docenti.

Negli ultimi tempi il terrorismo jihadista sta diventando sempre più presente nel nostro quotidiano, creando, per ragioni diverse, un condiviso clima di paura e incertezze. L’Isis e il Califfato sono ormai argomento di discussione al bar e le informazioni che ci giungono al riguardo, inclusa la risposta armata dei Governi, non sono rassicuranti. Le ragioni di tanta violenza hanno radici lontane e la complessità delle dinamiche in atto appare sempre più difficile da sciogliere, mettendo in campo una quantità di variabili strettamente intrecciate. In questo nuovo scenario, annunciato l’11/9/2001, diversi ricercatori a livello internazionale hanno iniziato a studiare le dinamiche sociali che contribuiscono a generare la psicologia del terrorista, cercando in particolar modo di capire cosa spinga persone nate e/o cresciute in Occidente a lasciare il proprio paese per seguire il richiamo del reclutamento jihadista. Credo sia di estremo interesse sapere che il fanatismo religioso NON è la chiave per comprendere il fenomeno: diversi terroristi in erba hanno acquistato su Amazon testi di introduzione all’Islam solo poco prima di diventare spietati assassini. Sebbene la ricerca sulla psicologia dei terroristi non sia ancora sufficientemente strutturata, concordo pienamente con le riflessioni di J. Horgan, uno psicologo politico americano che oggi può essere considerato uno dei massimi esperti in materia. Dopo una descrizione delle quattro componenti principali che caratterizzano il profilo psicologico del terrorista, lo studioso specifica che le dinamiche sociali vissute in qualità di abitanti sono il fattore scatenante della loro scelta di vita. La volontà di appartenere alla comunità dei terroristi può essere considerata speculare al senso di esclusione percepito e vissuto nelle società occidentali in cui sono nati e/o cresciuti.
In un contesto molto diverso, questo sentimento di disconnessione e progressivo estraniamento era lo stesso fattore scatenante che spingeva cittadini della ex DDR ad andare a combattere in ex- Yugoslavia contro i musulmani. Quando, a proposito di Sarajevo, città multireligiosa e interculturale sin dalla sua nascita, affermo che una parte dei cittadini (immigrati di prima e seconda generazione) non avevano compreso la sua complessità, sentendosi quindi esclusi dalla comunità urbana che in quella complessità si riconosceva, sto ancora una volta parlando dello stesso concetto, declinato in modo differente perchè differenti sono (erano) i contesti di partenza.
E proprio da una ricerca sul campo a Sarajevo nasce la ricerca-azione che porto avanti da quasi 10 anni nelle scuole. La domanda che mi ha sempre turbato è semplice: quali sono le dinamiche complesse che portano alcune persone ad odiare e uccidere i loro vicini di casa, gli amici..in alcuni casi i loro stessi parenti. Se il senso di appartenenza alla comunità e la vicinanza fisica, come ormai appurato dalla ricerca, sono elementi fondamentali per la nostra risposta empatica, allora sorge un’ulteriore domanda. Cosa posso fare io per non alimentare queste dinamiche distruttive e auto-distruttive? Beh, MOLTISSIMO se sono un docente o un politico con il potere di favorire le buone prassi.
Per rafforzare l’autostima, il protagonismo e il senso di appartenenza degli studenti alla comunità di cui, bene o male, fanno parte, occorrono naturalmente strategie didattiche opportune. Per quanto riguarda la mia esperienza, è dalla collaborazione con docenti aperti e capaci di mettersi in gioco che sono nate le esperienze più interessanti e soddisfacenti nei risultati. Certo, gli insegnanti da soli non sono eroi..e i miracoli sono di altrui competenza! Ma se le strategie sono incisive, i percorsi studiati ad hoc in base alle criticità specifiche e l’impegno costante nel tempo..beh, i risultati sono concreti, e a beneficiarne non sono solo gli studenti, ma, comprensibilmente, anche gli stessi insegnanti, che vedono diminuire sensibilmente atteggiamenti aggressivi, di disturbo e di auto-esclusione, mentre aumentano di pari passo il senso di appartenenza al gruppo classe e l’impegno nello studio.
In questa logica il paesaggio, il contesto in cui abitiamo, è uno strumento strategico formidabile, se sappiamo come “utilizzarlo”. Formidabile, perchè costituisce un elemento di supporto a disposizione nel nostro agire quotidiano, anche quando il genitore o il docente non sono presenti.
Ciò vale anche quando il contesto in cui abitano gli studenti trasmetta loro costantemente messaggi subliminali castranti e avvilenti, come accade nei quartieri degradati delle periferie. In questo caso, infatti, i docenti possono dare agli studenti gli strumenti critici per effettuare una necessaria scissione fra il racconto del sè e il racconto che quel contesto suggerisce loro di fare. In parole povere, io non sono il contesto in cui abito, anzi. Ho il diritto di abitare in un luogo migliore e ho il diritto-dovere di contribuire a realizzarlo.
Per questi motivi ritengo che oggi vi sia la necessità di porre al centro dell’attenzione, e quindi delle strategie educative trasversali alla didattica curricolare, i significati dell’abitare e dell’identità. Ricordo che il verbo abitare contiene in sè un duplice significato: da un lato il senso del possesso, dall’altro il senso dell’appartenenza.
Credo nel ruolo centrale della scuola come laboratorio interculturale permanente e “incubatore” di pace. Ne ero convinta quando ho intrapreso questa ricerca-azione, oggi non posso che confermare l’urgenza in tal senso. Dobbiamo attrezzarci e utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per costruire società mature e consapevoli, capaci di alimentare quel senso di appartenenza fondamentale per favorire processi di dialogo e di pace. In questo senso il mestiere del docente ha un potenziale enorme. Potenziale. In primo luogo perchè i docenti che lavorano in tal senso sono ancora un’avanguardia non riconosciuta, talvolta persino osteggiati dai loro stessi colleghi e raramente supportati in modo sistematico dal sistema scolastico. In secondo luogo perchè ancora troppi docenti, purtroppo, si trincerano dietro atteggiamenti respingenti e conservativi che non favoriscono nessuno, loro stessi in primis.

Se ti interessa approfondire i temi affrontati puoi consultare il libro La scuola delle opportunità, a gennaio in e-book, e gli articoli lincati nel sito alla voce Inizia da qui.

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Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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