Se lo studente ha origini...

Ecuador. Neocolonialismo e rivendicazioni identitarie

Cambiano i continenti e i poteri dominanti, ma la storia si ripete, sempre diversa e sempre uguale:

  • processi di inurbamento dei centri abitati;
  • progressivo indebolimento delle radici culturali e senso di smarrimento;
  • volontà di recupero della propria storia attraverso alcuni elementi simbolici.

Dopo quasi tre secoli di sfruttamento e di mal governo coloniale spagnolo, i giochi politici del paese sono stati decisi per i successivi decenni da un’oligarchia economica (sostanzialmente la stessa che prima faceva da ponte con la madre patria europea) che si è sempre più legata agli Stati Uniti; queste relazioni economiche con l’America del nord si sono a tal punto rafforzate nel tempo da essere percepite come una neo-colonizzazione; non stupisce quindi che anche in Ecuador, a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso (l’indipendenza risale al 1822), iniziano a farsi strada riflessioni filosofico-antropologiche rispetto al ruolo giocato dalla Storia sull’evoluzione del paese, sull’autodeterminazione del sé, sulle dinamiche sociali, ecc.

Per alcune riflessioni di carattere generale si veda il post su Fanon.

Nasce una corrente letteraria realista regionale detta indigenista, di cui massimo esponente nel paese è Jorge Icaza, che con il romanzo Huasipungo (1930) trasforma il carattere documentaristico e umanitario del primo indigenismo in letteratura di protesta e di denuncia delle condizioni di degrado e ingiustizia in cui vive l’indio; le motivazioni critiche e la dimensione rivendicativa presenti nel testo sono un esempio della maggiore coscienza, da parte degli scrittori, del ruolo dell’indio nella società.
La questione della lingua, che abbiamo visto essere uno dei temi trainanti nelle rivendicazioni delle popolazioni colonizzate, diventa anche qui un argomento centrale per la salvaguardia delle radici identitarie degli ecuadoregni. Oggi il quechua, kichwa o runasimi (runa = “uomo” + simi = “lingua”, letteralmente “bocca”) è una lingua che, nei suoi vari dialetti, viene parlata da circa 10 milioni di persone in Ecuador, Bolivia, Perù, parte della Columbia, dell’Argentina e del Cile. Questa lingua, pur non essendo di stato in Ecuador, ha assunto un significato simbolico nell’immaginario collettivo, configurandosi come lascito di quella cultura autoctona ormai alla deriva.

Nella fase di crescita economica che il paese ha avuto a partire dalla seconda metà del XX secolo, infatti, la migrazione rurale verso gli agglomerati urbani e il desiderio di integrazione nel contesto urbano ha di fatto significato una progressiva perdita dei legami con la cultura originaria; il senso di appartenenza alla comunità urbana si riteneva rafforzato dal distacco verso tutto ciò che veniva identificato con la tradizione, inclusa la lingua. Questa sorta di vergogna, frutto di uno sguardo esterno, su cui molto è stato scritto a proposito delle ferite profonde e delle dinamiche determinate dai vari colonialismi sui popoli assoggettati, inizia da alcuni anni a sfumare per due motivi: da un lato una parte dei migranti ha potuto studiare, e ciò ha permesso una presa di coscienza della propria cultura di origine, dall’altro il concetto di Glocal (Globalizzazione-attenzione per il locale) ha generato l’idea che questa cultura abbia un valore. Ciò che oggi si presenta problematica nelle città è la trasmissione intergenerazionale. In molti genitori permane la sensazione che il quechua possa ostacolare l’integrazione dei loro bambini nella vita cittadina. Questi timori vanno fatti risalire al racconto storico, anche se a partire dagli anni settanta del secolo scorso, con la complicità inconsapevole di una classe politica assolutamente inadeguata, i gruppi autoctoni hanno iniziato ad organizzarsi per far valere alcuni diritti basilari e hanno così dato origine ad un movimento organizzato (CONAIE) che è cresciuto nel tempo, sia numericamente sia per quanto riguarda la consapevolezza del loro ruolo e del loro potere in seno alla società.

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Foto credit by Paulo

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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