A tutto campo! Se lo studente ha origini...

Ecuador. Yasunì ITT. Prove di risoluzione creativa dei conflitti

In sintesi, di cosa si tratta?

Vediamo innanzitutto quali sono gli interessi in gioco.

  1. Esiste una premessa implicita comune a tutte le culture economiche del mondo: siamo tutti parte dello stesso ecosistema complesso, nessuno è escluso; stiamo distruggendo il pianeta e questo non va a beneficio di nessuno.
  2. L’Ecuador è un paese dove la maggior parte della popolazione, nonostante le immense risorse naturali, vive ancora al di sotto della soglia di povertà; il sistema scolastico e quello sanitario sono carenti sul territorio e le vie di comunicazione sono per lo più ancora quelle pre-industriali.
  3. Per migliorare le condizioni di vita degli abitanti dell’Ecuador la risorsa economica più immediatamente utilizzabile è quella derivante dall’estrazione del petrolio, che il presidente Correa ha iniziato a sottrarre alle multinazionali estere.
  4. Le comunità indigene di lingua Kichwa, e soprattutto le tribù indigene che abitano nelle foreste dove si trovano i giacimenti di petrolio, non possono concepire lo stupro di Panchamama. Distruggendo il loro habitat, inoltre, si distrugge la loro identità.
  5. Le attività estrattive del petrolio hanno significato nel corso dei decenni non solo la distruzione della foresta, ma anche il suo inquinamento massiccio a causa della cattiva manutenzione delle condutture, con gravi ripercussioni sull’ecosistema.
  6. La foresta vergine dell’area interessata dai nuovi giacimenti petroliferi (ITT) è caratterizzata da una megadiversità che va assolutamente salvaguardata.

Cosa fare?

  • Tutto parte da un biologo ecuadoriano che dopo 25 anni torna in canoa nei luoghi cari della sua infanzia, dove andava con il padre. Lo sgomento per la distruzione avvenuta nel frattempo lo spinge a coinvolgere altri riceractori e scienziati per salvaguardare gli ecosistemi, naturali ed umani, che stanno scomparendo con l’estrazione del petrolio. In particolare preoccupa l’imminente deforestazione di una vasta area di foresta vergine chiamata Yasunì ITT. Il biologo coinvolge anche le popolazioni locali.
  • I ricercatori, sia locali che stranieri, e le popolazioni locali iniziano una campagna di sensibilizzazione che coinvolge, anche attraverso la rete, alcune importanti associazioni ambientaliste su scala mondiale.

L’imminente estrazione di petrolio nell’area Yasunì ITT non è più un problema della popolazione Waorani, che lì abita, nè dei soli ecuadoriani, ma dell’intera comunità internazionale.

Date queste premesse, il presidente Correa, nel 2007, fa una proposta alla comunità internazionale che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha suggerito come modello per la protezione degli ecosistemi di tutto il mondo.

Di cosa si tratta?

Noi, dice Correa, ci impegnamo a non attivare le attività estrattive nell’area Yasunì ITT; queste attività, che ci farebbero guadagnare tot denaro all’anno, sono però al momento la fonte di finanziamento per attuare quelle riforme che la popolazione ecuadoriana aspetta da ormai troppo tempo (fra tutte, un sistema scolastico e sanitario capillari sul territorio, vie di comunicazione adeguate e sicure). E’ inimmaginabile posticipare ulteriormente processi che hanno come obiettivi il miglioramento della qualità della vita su tutto il territorio nazionale.
Per questi motivi, in cambio, la comunità internazionale, cioè tutti gli stati che condividono l’impegno per la salvaguardia dell’ecosistema terrestre, si impegna a versarci tot denaro all’anno.
Per quanto riguarda l’Europa, solo alcuni paesi, fra cui la Germania, hanno aderito.
Restano comunque numerose questioni a proposito dell’iniziativa, in particolare per quanto riguarda la composizione del consiglio, dominato dal governo, che ha il compito di distribuire le risorse del fondo fiduciario per progetti di conservazione e riforestazione, sviluppo di energie sostenibili e programmi di formazione per le comunità indigene locali. Si teme, ad esempio, che i rappresentanti delle comunità indigene rimangano esclusi dal processo decisionale.

“<Pachakutik> significa il <ritorno dei tempi nuovi>: un ritorno da vivere attivamente, costruendolo con millenaria pazienza e caparbietà, nella certezza che arriverà. E’ per questo che molte volte per il movimento indigeno le sconfitte significano a lungo termine trionfi, significano un incremento di risultati: perché la <dinamica indigena> non è uguale a quella occidentale, molte volte tarda e aspetta, ma, come dicevano Athaualpa e Tupac Amaru <Me voy, muero, pero seremos millones>. (Me ne vado, muoio, ma quando ritornerò saremo milioni).
(…)La CONAIE ha offerto proposte alternative di sviluppo, dove la nostra saggezza millenaria e le conoscenze occidentali contribuiscano alla costruzione dell’armonia nella società ecuadoriana.” (per il testo integrale vai qui)

La sfida culturale lanciata con il progetto Yasunì ha dimensioni epocali, nonostante il triste epilogo. Alla fine di Maggio 2014, infatti, il Governo ha dato il via libera per le trivellazioni.

Per un resoconto completo del processo leggi il post Ecuador. Yasunì ITT. Il racconto dettagliato.

 

Mi è capitato di suggerire la visione in classe di alcuni video in cui veniva mostrata la vita quotidiana di alcune popolazioni indigene nella foresta amazzonica. Alcuni docenti hanno ritenuto che non fossero appropriati perchè gli studenti di origini ecuadoregne avrebbero potuto sentirsi associati a questi uomini, donne e bambini “poco civilizzati”.
Come già detto, però, tutto dipende da come l’insegnante presenta gli approfondimenti. Sebbene quasi certamente nessuno studente apparterrà a queste tribù, io credo invece che sarebbero molto orgogliosi di sapere che nel loro paese è accaduto un fatto straordinario mai accaduto prima.

Il fatto poi che un popolo di cacciatori-raccoglitori seminudi, gli Waorani, sia al centro di un processo di portata mondiale è un’occasione unica per ragionare insieme agli studenti su alcuni concetti fondamentali:

  • cos’è il progresso;
  • come si valuta il grado di civiltà di un popolo;
  • importanza del protagonismo degli abitanti;
  • possibilità e capacità di incidere sulla nostra qualità della vita;
  • costruzione di processi creativi per la risoluzione pacifica dei conflitti;
  • ragionare per obiettivi e non per posizione.

Il commento della nuova costituzione ecuadoriana è un ulteriore spunto per interessanti riflessioni.

Vorrei quindi concludere con un altro esempio eclatante che questo paese ci regala.
Dopo 17 anni di processo, nel febbraio 2011, è arrivato un verdetto storico: un tribunale ecuadoriano ha ritenuto legittime le accuse di disastro ambientale ad opera della Texaco (oggi acquistata dalla Chevron). Confermando le accuse dei 30.000 indigeni e coloni della provincia ecuadoriana di Sucumbios, che hanno denunciato la multinazionale americana, il tribunale ha obbligato la compagnia a pagare un risarcimento di diversi miliardi di dollari.

Cosa era accaduto?

Nell’arco di tempo tra il 1964 e il 1990 la Texaco ha riversato nell’ambiente più di 68.000 milioni di litri (18.000 milioni di galloni) di rifiuti tossici nei fiumi amazzonici e ha abbandonato nella foresta almeno 900 pozze piene di residui delle estrazioni petrolifere. Inoltre la compagnia ha sversato 64 milioni di litri di greggio a causa di rotture accidentali degli oleodotti. Fajardo, l’avvocato delle vittime, sottolinea che “a differenza di disastri come quello della Exxon Valdez (1989) o del Golfo del Messico (2010) il caso della Texaco è un atto criminale sistematico che è durato per 4 decadi”.
Il verdetto non piace né agli accusatori, che avevano chiesto un risarcimento di ben 113 miliardi di dollari, né alla Chevron, che non intende pagare neppure un dollaro per quello che definisce un verdetto illecito ed inapplicabile. Per ora, stando a quanto stabilito dai giudici, la seconda maggiore società petrolifera statunitense dopo ExxonMobil dovrà spendere 5.4 miliardi per risanare i terreni contaminati, 2.2 miliardi per le cure mediche alle vittime dell’inquinamento e diversi altri miliardi per ricreare l’ecosistema originario.

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Foto credit by Alan

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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