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Ecuador. Yasunì ITT. Il racconto dettagliato

Riporto qui la cronistoria che puoi leggere nel documento Yasunì. Una battaglia per la biodiversità.

Nel 1997, 25 anni dopo il primo dei molti viaggi in canoa che nella sua infanzia lo portavano, con suo padre, lungo il tratto inferiore del fiume Napo (Ecuador) fino alla Riserva Biologica Limoncocha, David Romo è ritornato per trovare questo luogo talmente distrutto da essere irriconoscibile. La riserva, un tempo un ambiente incontaminato, difeso con forza dagli indigeni cacciatori-raccoglitori Waorani, era stata invasa da un insediamento di agricoltori che vi si erano stabiliti dopo la costruzione di una strada per l’accesso al petrolio. I Waorani se n’erano andati, e con loro molte delle specie che componevano la tanto acclamata biodiversità della riserva. I trombettieri dalle ali grigie e le aquile arpie, una volta uccelli comuni, ora erano scomparsi. I coloni avevano decimato la popolazione di pesci e di caimani del lago, mentre il bracconaggio e l’abbattimento degli alberi avevano distrutto l’ultima foresta primaria della zona. “La foresta era completamente distrutta”, ricorda con sgomento Romo, un biologo della conservazione all’Università San Francesco di Quito, Ecuador.
Non molto tempo dopo il triste ritorno di Romo, il richiamo del petrolio minacciava di portare una devastazione simile anche più a sud, nel Parco Nazionale Yasunì e nella confinante Riserva Etnica Waorani. Nel 1989 questa porzione di 17.000 km del Bacino del Rio delle Amazzoni era stata designata Riserva della Biosfera dall’UNESCO. La Riserva però si trova anche sopra alla seconda più grande riserva di petrolio dell’Ecuador, un blocco di concessioni noto come il giacimento Ishpingo Tambococha Tiputini (ITT). Nel 2003, un bottino così ricco stimolò progetti di costruzione di una nuova strada per l’accesso al petrolio attraverso il parco, instillando la paura che potesse ripetersi quello che già era successo a Limoncocha. “Mi sono reso conto che dovevamo dare più forza al nostro impegno per la conservazione, sostenendolo con prove scientifiche di qualità e credibili, se volevamo avere qualche speranza di salvare Yasunì”, dice Romo.
Nel corso dello scorso decennio, Romo e più di altri 50 biologi che lavorano in quest’area hanno documentato la notevole biodiversità di Yasunì, dimostrando così che questa foresta contiene il numero più elevato di specie sul pianeta, compreso un nucleo senza precedenti in cui si sovrappongono record mondiali per la ricchezza del patrimonio di anfibi, rettili, pipistrelli ed alberi. E dopo aver contribuito a formare un gruppo chiamato Scienziati Preoccupati per Yasunì, Romo e i suoi colleghi hanno intrapreso una campagna internazionale per proteggere quest’area.
Questa irrefrenabile campagna di difesa basata su dati scientifici ha avuto un impatto. Nel 2005, un anno dopo che il gruppo aveva pubblicato un’analisi preliminare della biodiversità di Yasunì e raccomandato la sua protezione, il governo dell’Ecuador ha respinto progetti di ulteriore costruzione di strade all’interno del parco. Due anni dopo, il Presidente dell’Ecuador Rafael Correa si è spinto oltre, presentando una proposta per cui il suo paese, in cambio di diversi milioni di dollari, sarebbe disposto a mantenere il giacimento ITT definitivamente sottoterra, in modo da proteggere il parco e combattere il riscaldamento globale. Sostanzialmente, i paesi industrializzati dovrebbero pagare per mantenere a terra il carbone della foresta, che deriva proprio dal petrolio.
Dopo anni di negoziazioni politiche e teatro, questa innovativa iniziativa ha fatto un significativo passo avanti verso la realtà quest’estate, quando le Nazioni Unite hanno accettato di sovrintendere alla gestione di un fondo fiduciario pagato all’Ecuador per il progetto. Se tutto procede come dovrebbe, l’iniziativa potrebbe servire da modello per preservare intatta la biodiversità in altre aree del Rio delle Amazzoni occidentale ricche di petrolio. Ma questo rimane un grosso “se”: il Presidente Correa ha promesso che permetterà l’inizio delle trivellazioni se la comunità internazionale non compenserà a sufficienza l’Ecuador.
Scoprendo la megadiversità
Le dimensioni della ricchezza di specie di Yasunì divenne chiara per la prima volta nel 1992, quando la società petrolifera Maxus ingaggiò alcuni botanici per mettere in salvo degli esemplari di piante durante la costruzione di una nuova strada che percorreva la parte nord-occidentale del parco, che confina con Colombia e Perù. Fu un compito entusiasmante e allo stesso tempo incredibilmente difficile, ricorda Nigel Pitman, un biologo tropicale alla Duke University di Durham, Carolina del Nord, che nel 1999 completò un inventario di 1500 specie diverse di alberi. “Familiarizzare con gli alberi può richiedere anni”, dice Pitman, “dopodiché si tratta di inventare, tu stesso, dei nomi per le dozzine di specie fino a quel momento sconosciute alla scienza. … Non si tratta nemmeno più di biodiversità, ma di iperdiversità, o megadiversità.”
Ma sebbene gli inventari sul campo iniziassero a svelare l’estrema diversità della foresta, nessuno negli anni Novanta si preoccupava di sintetizzare la voluminosa ed ingombrante massa di studi sul campo indipendenti in una fotografia complessiva della biodiversità di Yasunì. “La gente veniva qui a fare le proprie ricerche e poi se ne andava”, dice Holger Kreft dell’Università Georg-August di Göttingen in Germania, che ha scoperto che, tra le foreste pianeggianti, Yasunì detiene il record per la maggior quantità di specie di epifite: piante che crescono su altre piante. “Non c’era nulla che si avvicinasse ad una rete di scienziati”.
Tutto questo cambiò dopo il 2003, quando la compagnia petrolifera nazionale del Brasile, la Petrobras, annunciò un piano per una nuova strada lunga 54 chilometri attraverso una zona isolata del parco, per dare accesso ai giacimenti di petrolio ITT. Era già chiaro che la strada costruita dalla Maxus aveva messo a disposizione un punto di accesso per la colonizzazione della foresta e per il taglio illegale degli alberi nella parte nord-occidentale del parco, dice l’ecologista Matt Finer, la cui ricerca su Yasunì per un post-dottorato si è velocemente trasformata in una campagna quando ha scoperto la mancanza quasi totale di opposizione organizzata ai nuovi progetti di Petrobras.
A Margot Bass, biologa della conservazione, l’annuncio di Petrobras, una delle maggiori compagnie del mondo, è sembrato un’irrevocabile condanna a morte per il parco di Yasunì. “Persi le speranze”, dice Bass, uno dei direttori esecutivi di Scoprendo Specie, un piccolo gruppo ambientalista che lavorava nel parco dalla fine degli anni ’90.
Ciò nonostante, lei e Finer, questa volta insieme al gruppo ambientalista Salvare le Foreste d’America, basato a Wasshington-DC, hanno radunato un gruppo scelto dei più eminenti ecologisti specializzati in aree tropicali, organizzando una conferenza di due giorni nell’ottobre del 2004 in cui i partecipanti hanno descritto minuziosamente l’importanza di Yasunì per la biodiversità e spiegato come la strada già voluta da Maxus avesse incoraggiato la deforestazione. I ricercatori poi continuarono il lavoro con un’intensa campagna di lobbying. “Non si trattava di scienza pura”, dice Luis Suarez, capo dell’ufficio ecuadoriano di Conservazione Internazionale, che non faceva parte del gruppo. “Decisero di prendere una posizione e non solo di produrre un articolo scientifico, ma anche di scrivere lettere, fare convegni, e sostanzialmente mettere Yasunì all’ordine del giorno.”
Nonostante le contestazioni scientifiche e legali, Petrobras iniziò la costruzione della strada e stava per entrare nel parco quando, alla fine di aprile del 2005, il Presidente Lucio Gutierrez fu deposto a seguito di enormi proteste contro i suoi piani per una riorganizzazione della Corte Suprema. In luglio il nuovo governo aveva già revocato alla società petrolifera il permesso per la costruzione della strada. Poco dopo, il Presidente Correa si fece avanti con la sua proposta per il giacimento ITT. “Abbiamo tenuto così tanti riflettori puntati sulla questione, che organizzazioni più grandi e con più fondi di noi hanno avuto il tempo di provare a mettere insieme un piano davvero sistematico per la regione,” dice Bass.
La battuta d’arresto di Copenaghen
Nei tre anni che sono passati da quando Correa lanciò l’idea del fondo fiduciario di Yasunì, le esplorazioni per il petrolio nelle vicinanze sono avanzate – nell’est dell’Ecuador e, oltre confine, nella Colombia sud-occidentale e nel nord del Perù – e gli scienziati che lavorano alla Stazione per la Biodiversità di Tiputini, una delle due stazioni di ricerca affiliate ad università che sono presenti nel parco, dicono che è come se una forza inarrestabile gli stesse alle costole. “Tiputini è ancora molto isolato”, dice Christian Voigt, un fisiologo del comportamento animale, “ma si può già sentire il rumore del generatore di una piattaforma di petrolio ad alcuni chilometri di distanza, e di notte si vede il chiarore della fiamma a gas.”
I sostenitori di Yasunì hanno continuato ad accumulare prove delle sue ricchezze di biodiversità, sperando che questi dati avrebbero persuaso la comunità internazionale a pagare per la protezione del parco. In gennaio, Bass, Finer, Kreft, Pitman e i loro colleghi hanno pubblicato su PLoS ONE un’analisi ricca di dati, frutto di ricerche in collaborazione, che confermava l’esistenza all’interno di Yasunì di un cosiddetto centro quadruplo di ricchezza. Quest’area di 28.000 km2 racchiude record massimi di specie per anfibi, uccelli, mammiferi ed alberi. “Yasunì probabilmente non ha rivali nel mondo, tra gli altri parchi, per numero totale di specie. Sia le nostre mappe di distribuzione delle specie, sia la nostra analisi dettagliata degli inventari sul campo esistenti, confermano questa conclusione.”
L’area intorno alla stazione di Tiputini, ad esempio, ha il primato indiscusso per diversità locale di anfibi, con le sue 139 specie che superano di gran lunga le 98 documentate a Leticia, in Colombia, che prima deteneva il record. E per quanto riguarda gli insetti, le 100.000 specie per ettaro stimate per Yasunì rappresentano la più elevata biodiversità, per unità di area, nel mondo per qualunque gruppo tassonomico. Coloro che hanno fatto di Yasunì la loro ricerca e la loro missione, si aspettavano che l’iniziativa di Correa sarebbe partita al summit sul clima di Copenhagen nel dicembre scorso. Invece, il governo ecuatoriano ha contestato il fatto che l’accordo gli desse autorità sufficiente sul fondo fiduciario, impedendo così il raggiungimento di un accordo e infuriando i gruppi ambientalisti e scientifici del paese. “La Germania era già pronta ad impegnarsi con 50 milioni di dollari all’anno per 10 anni,” ricordava Romo con rabbia questa primavera, gesticolando con foga. “Avevamo lettere di intenti da almeno altri cinque paesi – e adesso dici che vuoi andare all’OPEC a chiedere i soldi a loro. Questo è tradimento!”
Gli animi si sono calmati da allora, e in agosto l’Ecuador ha siglato un’intesa che varava le modalità di gestione di un accordo che prevede che i giacimenti di petrolio di Yasunì non vengano sfruttati in cambio di un minimo di 6,3 bilioni di dollari (circa la metà del valore del petrolio se venisse venduto) in pagamenti da parte dei paesi industrializzati nel corso dei prossimi 13 anni. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, che sovrintenderà al fondo fiduciario, ha proposto che l’accordo serva da modello per la protezione degli ecosistemi di tutto il mondo.
Restano comunque numerose questioni a proposito dell’iniziativa, in particolare per quanto riguarda la composizione del consiglio, dominato dal governo, che ha il compito di distribuire le risorse del fondo fiduciario per progetti di conservazione e riforestazione, sviluppo di energie sostenibili e programmi di formazione per le comunità indigene locali. Si teme, ad esempio, che i rappresentanti delle comunità indigene rimangano esclusi dal processo decisionale.
L’incertezza più grande riguarda i fondi. Il Cile si è già impegnato per 100.000 dollari, ed il vicepresidente dell’Ecuador ha dichiarato che anche Belgio, Spagna, Turchia e Cina hanno offerto denaro. Ma non è stata annunciata nessuna promessa ufficiale da parte di questi paesi e in settembre la Germania ha mandato segnali di ripensamento verso il suo impegno – vitale – per quasi un sesto del fabbisogno totale. Se non vengono pagati 100 milioni di dollari al fondo delle Nazioni Unite entro dicembre 2011, l’Ecuador può rimborsare i contributi pagati – e gli analisti dicono che poi Correa inizierà senz’altro a sviluppare i giacimenti di Yasunì.
Sebbene sia nervoso sul fatto che la comunità internazionale riesca a riempire il fondo fiduciario, Romo dice di credere che i ricercatori di Yasunì fino ad ora hanno avuto successo in un modo che non può essere ignorato, fornendo una giustificazione al mantenimento della conservazione nella regione. “Quello che ha catturato l’attenzione del mondo è la scienza,” dice Romo. “Ma l’orologio continua a correre e noi non ci possiamo distrarre.”

Quindi?

Nel maggio 2014 l’Ecuador ha dato il via all’estrazione del petrolio. Per maggiori informazioni puoi leggere questo articolo sulla rivista on line asud.net.

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Foto credit by Oxfam Italia

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono architetto, operatrice di Teatro Sociale® e docente di sostegno. Da ormai 15 anni, prima come esperta esterna ed ora come docente interna, faccio progetti inclusivi nelle classi. Nella sezione delle Attività didattiche troverai qualche spunto per affrontare le lezioni in modo diverso. Per esperienza posso assicurarti che le metodologie utilizzate sapranno coinvolgere TUTTI i tuoi studenti su qualsiasi argomento, più o meno ostico, tu voglia proporre. TUTTI senza eccezioni! Con risultati sorprendenti

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