Se lo studente ha origini...

Ecuador. Il cammino difficile della democrazia

Quando le popolazioni locali alzano la testa e insieme sfidano i poteri costituiti. Una storia a lieto fine ancora in divenire.
“Dopo la conquista dell’indipendenza (1830), monopolizzata dalla élite bianca dei creoli, la situazione dei nativi non cambiò sostanzialmente. Il lento processo di modernizzazione minò l’originaria organizzazione delle comunità, provocando una serie di lotte di protesta che culminarono con la Legge di Riforma Agraria del 1964. Tuttavia si mantennero vivi i meccanismi di coesione sociale e culturale all’interno del mondo indigeno, come testimonia la nascita, dal ’70 in poi, di alcune organizzazioni indie con l’appoggio del settore progressista della chiesa locale (guidata dal vescovo Mons. Leaonidas Proaño), della confederazione dei lavoratori e del movimento campesino (agricoltori). Si svilupparono così due importanti confederazioni indigene, una raggruppando le comunità della Sierra, l’altra quelle amazzoniche. Dalla loro fusione nacque nel 1986 la CONAIE (Confederazione delle nazionalità indigene ecuadoriane). L’atteggiamento dello stato nei confronti di queste minoranze fu principalmente volto alla ricerca di una inclusione nel mercato nazionale e di un’integrazione a livello culturale. (…)
Il primo obiettivo che tale organizzazione si pose fu il pieno riconoscimento delle nazionalità indigene con la loro lingua, cultura, storia e territori.” (Ecuador. La voce del movimento indigeno, di A. Spada e F. Lauria)
La CONAIE non rimane un’organizzazione limitata al contesto in cui nasce; dopo il primo “levantamiento” indigeno del giugno del 1990, promosso con l’obiettivo di rivendicare alcuni riconoscimenti e una partecipazione attiva della popolazione indigena nella vita sociale e politica del paese, la CONAIE inizia un processo di alleanze con i movimenti sociali locali (CMC) e con le associazioni internazionali per la tutela dell’ambiente.
Negli ultimi dieci anni il movimento indigeno ecuadoregno ha attraversato un periodo di maturazione che ha visto cambiare il tipo di richieste avanzate: dagli aspetti più contingenti di tutela e garanzia del diritto alla terra, agli elementi indispensabili per la tutela dell’identità etnica e culturale, fino all’avanzamento di un innovativo programma di rinnovamento ampio e coerente dello stato.

In questa direzione sono stati molti i segnali positivi:

  • il riconoscimento dei popoli indigeni come nazionalità dotate di un certo grado di rappresentatività (Costituzione del 2008);
  • l’introduzione di un’educazione bilingue e di politiche culturali di salvaguardia dell’identità originaria;
  • alcune leggi che riconoscono i diritti alla terra e all’acqua per le comunità locali;
  • alcuni successi politici, non ultimo l’elezione di un presidente indigeno, Rafael Correa Delgado.

Laureato in economia e dottorato a Lovanio, in Belgio, Correa, dopo decenni di politica decisa all’estero, ha iniziato a cambiare la storia di uno dei paesi più depredati al mondo. Dopo un periodo di alternanza tra partito conservatore e partito liberale, (legati in ogni caso alle oligarchie economiche e all’influenza statunitense)  la politica ha cercato di creare nuovi equilibri, mantenendo per lo più un carattere “personale”, legato cioè alle singole personalità carismatiche, munite di un discreto populismo.
L’obiettivo ambizioso del movimento dell’attuale presidente Correa è il compimento della “Revolución Ciudadana”, intesa come ricerca di giustizia sociale e di riaffermazione della dignità del lavoro umano sul capitale.

Gli strumenti individuati dal neo presidente per riuscire nell’impresa sono molti e complessi:

  • applicazione dei principi della nuova Costituzione (2008);
  • redistribuzione delle ricchezze;
  • lotta alla corruzione;
  • abbassamento delle esportazioni e rivitalizzazione dell’economia interna;
  • annullamento dei prestiti internazionali (eccezion fatta per il Governo cinese, che non pone vincoli sulla politica interna);
  • soluzione del problema del debito pubblico;
  • riforma del sistema educativo e sanitario.

Occorre ricordare che fino alla seconda metà del ‘900 non era prevista alcuna forma di educazione per i figli degli indigeni e che occorrerà aspettare i giorni nostri per la gratuità delle scuole elementari; inoltre, anche a causa della forte penetrazione della religione cattolica nei comportamenti sociali ed interpersonali, è quasi assente, anche all’interno della famiglia, un’educazione basica sui temi di sessualità, fecondazione e contraccezione, con conseguente forti tassi di natalità, oltre a problemi di disabilità e malattie veneree.
Nell’elenco dei progetti politici di Correa spicca la moratoria su parte del debito estero dell’Ecuador; di estremo interesse sono le reazioni suscitate nel panorama nazionale ed internazionale dal Caic – Commissione sul debito estero dell’Ecuador- (istituita da Correa) quando, nel dicembre 2008 definisce il debito contratto non solo “illegittimo”, ma anche “corrotto e illegale”. Una dichiarazione senza precedenti che mette in dubbio per la prima volta a livello istituzionale la legittimità del sistema del debito, contestando le imposizioni di pagamento provenienti dai paesi ricchi e dalle istituzioni finanziarie internazionali.
All’elenco si aggiunga la promozione dell’integrazione tra i paesi Latino americani, giudicata necessaria per la realizzazione di un unico blocco economico e politico che garantisca un maggiore peso dell’area rispetto al neocolonialismo di Stati Uniti, Brasile e di altri paesi emergenti.

Secondo il manifesto elettorale di Correa è fondamentale, infatti, il superamento del neoliberismo imposto da Washington, che ha limitato lo sviluppo naturale del paese incentivando l’aumento delle disuguaglianze sociali, della disoccupazione e dell’emigrazione. Per aiutarci a comprendere la natura dirompente del programma politico sostenuto da Correa e dai suoi sostenitori (almeno sulla carta), ricordo che in Ecuador il potere politico è stato, fino a qualche anno fa, rappresentativo di un potere economico retto da poche decine di famiglie che da sempre hanno manipolato leggi e diritti a scapito della grande maggioranza della popolazione, che vive sul filo di diritti costituzionali presenti sulla carta, ma spesso assenti nella realtà.

E oggi? La nuova Costituzione dell’Ecuador (2008) preveda una sola rielezione per tutte le posizioni che prevedono il voto popolare; il presidente Rafael Correa, al potere dal 2007 e rieletto nel 2013, non può quindi candidarsi per un terzo mandato nel 2017. Risale a Marzo di questo anno (2015), però, una dichiarazione in cui Correa afferma di voler promuovere una riforma costituzionale che gli consenta di “lasciare la porta aperta” in vista di “nubi scure all’orizzonte della Revolución Ciudadana”.
Il tema della rielezione presidenziale indefinita è emerso dopo che   Alleanza Paese, il partito del presidente, ha perso nelle elezioni comunali delle città di Guayaquil, Cuenca e Quito, i tre principali centri urbani del Paese…

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Foto credit by Municipio Pinas

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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