Se lo studente ha origini...

Ecuador. Cronistoria di disastri annunciati

Interessi internazionali contro interessi locali = processi migratori di proporzioni gigantesche. 
Dopo la scoperta del petrolio nella foresta ecuadoriana, intorno agli anni ’70, le condizioni di miseria della maggior parte della popolazione non sono affatto mutate. Sebbene il petrolio costituisca il 40 % delle esportazioni del paese, l’80% dei guadagni è ancora nelle mani delle multinazionali e di poche famiglie locali.
La situazione precipita alla fine degli anni Novanta, quando all’improvviso declino del prezzo del greggio si aggiungono:

  • i disastri naturali causati dal flagello climatico della corrente del Niño (con alluvioni devastanti per coltivazioni e vie di comunicazione);
  • le turbolenze avvenute nei mercati finanziari dopo la crisi delle Tigri Asiatiche del ’97;
  • l’inettitudine della classe politica e la corruzione;
  • gli effetti di una serie di pessimi consigli del “solito” Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Dopo aver trasferito milioni di dollari all’estero (inclusi tutti i risparmi della popolazione più povera), la metà delle banche dell’Ecuador dichiara fallimento nel marzo del 1999.

Le soluzioni adottate per “aiutare” gli istituti finanziari hanno conseguenze gravissime:

  • inflazione al 60% (la più alta di tutto il Sudamerica);
  • svalutazione del Sucre (moneta dell’Ecuador) del 70%.

Sono molto gravi anche le conseguenze sociali:

  • il 62% della popolazione vive sotto il livello di povertà;
  • il 70% dei lavoratori sono disoccupati o sottoccupati.

Seguendo i consigli del FMI, il governo decide allora per la dollarizzazione, che avviene nel marzo 2000, sebbene nel 1995 l’adozione dei piani dello stesso istituto avessero avuto esiti disastrosi per l’economia del paese; in pochi giorni l’elettricità era aumentata del 500%, il gas del 340%, il telefono del 700%.

Sul ruolo controverso svolto dal FMI si vedano i testi del premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz, e in particolare La globalizzazione e i suoi oppositori). Nel ’95 la reazione dei lavoratori si era subito trasformata in insurrezione e il presidente che aveva tradito gli elettori era dovuto scappare in esilio. La storia si ripeteva…Ma

Tutti siamo rimasti impressionati dall’imponenza delle mobilitazioni che i popoli nativi dell’Ecuador hanno sviluppato, costruite con una paziente strategia di protagonismo e partecipazione. Tanto potenti, queste mobilitazioni, da essere capaci di far cadere il Governo “nazionale”, di portare finalmente i leader nativi nel Parlamento in una posizione di potere di forza. E poi il gesto di grande responsabilità e dignità: evitare lo scontro frontale che avrebbe potuto trascinare il paese in una dura guerra interna fatta di repressione e lutti, situazione questa comune nei paesi dell’America Latina. La scelta elettorale e la vittoria che porterà ministri nativi all’interno del governo di transizione. Un segnale fortissimo all’intera America Latina. Una speranza per i popoli nativi in altre parti del mondo.
Proteggere le proprie agricolture, sostenerle, porre al centro della politica agricola nazionale la costruzione dell’accesso al cibo per tutti, attraverso la costruzione prioritaria di un forte mercato interno, abbandonare le logiche esportatrici, diventa inaccettabile per le elite locali che dominano l’Ecuador. Ed i ministri “indios” debbono lasciare il governo. Non perché sono “indios” ma perché vogliono un altro Paese, che diventi anche il paese degli indios.” (Ecuador. La voce del movimento indigeno, di A. Spada e F. Lauria)
Questo fino all’elezione di Correa (2007) ed al riconoscimento, tramite referendum, della nuova Costituzione dell’Ecuador.

Sul ruolo della dollarizzazione nell’economia del paese le opinioni sono discordanti su alcuni punti, pur convenendo sulla perdita di indipendenza economica del paese; un fatto però è certo: la crisi ha arricchito vergognosamente pochi speculatori, rovinato l’agricoltura e l’industria, portato alla fame e costretto all’emigrazione un quarto del paese.
Durante gli ultimi vent’anni, circa quattro milioni di persone hanno dovuto lasciare l’Ecuador (12 /13 milioni di abitanti in tutto), sebbene sia al quarto posto fra i produttori di petrolio della regione. Il flusso migratorio è cominciato negli anni ’80, con l’applicazione del modello neoliberista da parte del presidente León Febres Cordero.

Fino al 2002 l’80% degli emigranti erano indigeni e contadini, dal 2003, cominciano ad andarsene, principalmente verso l’Europa, professori, ingegneri, insegnanti, medici. Persone che dispongono ancora di un salario. I più poveri non ce la fanno più perché nel frattempo la partenza è diventata sempre più cara. Di fronte a una simile domanda sono comparsi i chulqueros: nel quadro di un sistema finanziario illegale, sono loro che prestano i soldi, al 30 o al 40% d’interesse; una storia che accomuna tutti i paesi caratterizzati da una forte migrazione o situati in punti strategici di passaggio (ad esempio l’Albania).
Al momento del prestito chiedono i titoli di proprietà della casa e della terra.
Questo è possibile oggi grazie al fatto che negli ultimi dieci anni si è progressivamente andata estinguendo la proprietà latifondiaria della Sierra in favore dei piccoli contadini, che nel sistema delle grandi proprietà erano ridotti in schiavitù.
Se non si comincia a pagare il prestito appena arrivati nei paesi della speranza (Stati Uniti, Spagna, Italia) le terre vengono confiscate. Peggio ancora se si muore: la famiglia finisce per strada. Secondo una recente stima, soltanto la Cina sta fornendo all’Europa più immigrati illegali dell’Ecuador; il flusso migratorio ha assunto numeri da diaspora.
In tale contesto di miseria il 24% della popolazione dell’Ecuador riceve denaro dai parenti all’estero (1,7 miliardi di dollari, la seconda fonte di reddito finanziario del paese dopo il petrolio, 1,9 miliardi di dollari). Ma a che prezzo… Coppie che si separano, famiglie smembrate, diminuzione della presenza maschile, donne costrette ai lavori più pesanti. “Perdita di punti di riferimento” aggiunge Cabrera, insegnante impegnato nell’educazione a Riobamba «I figli di chi è riuscito a partire non hanno alcuna coscienza del valore delle cose. Spendono le remesas in vestiti, orpelli elettronici, in oggetti inutili, in qualunque cosa». Un forte consumo senza sviluppo produttivo.

«L’ultimo che se ne va, spenga la luce», si legge su un muro della città di Cuenca, la terza città del paese.

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Foto credit by Paulo

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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