Se lo studente ha origini...

Costa d’Avorio. Una drammatica attualità.

cascata vicino a Man, Costa d'Avorio

Per cercare di cogliere il contesto psico-sociale delle famiglie provenienti dalla Costa d’Avorio credo sia utile fare un breve excursus sulla storia recente di questo paese, paradigmatica rispetto a quella di molte altre ex colonie. Credo infatti che capire la complessità odierna ci possa aiutare a cogliere la complessità delle dinamiche relazionali  innescate dai colonialisti.

La Costa d’Avorio, ex colonia francese occupata intorno al 1840, conquista l’indipendenza nel 1960 grazie a uno dei “padri” della decolonizzazione, Félix Houphouet-Boigny; d’etnia Akan-Baoulé, medico e proprietario terriero, Boigny nel 1944 aveva fondato un movimento interetnico politico-sindacale degli agricoltori che raggruppava più del 70% della popolazione attiva. Da un lato uomo di Parigi in Africa, garante di una sostanziale continuità tra il modello di sviluppo coloniale e quello post-indipendenza, dall’altro fondatore di un partito-stato sul modello dei partiti comunisti, il PDCI (Parti Démocratique de Côte d’Ivoire); all’interno di un’economia sostanzialmente liberista, Boigny garantisce al paese uno sviluppo economico guardato con ammirazione da tutti i paesi vicini. Grazie a un programma di incentivi statali, sostenuti anche da Parigi, porterà la Costa d’Avorio a essere il primo esportatore mondiale di cacao, tanto per citare il prodotto più significativo, ed un forte attrattore di forza lavoro regionale: maliani, burkinabé, senegalesi, mauritani, guineiani, beninesi e togolesi. Questo flusso migratorio di proporzioni significative, uno dei fattori di forza dell’economia ivoriana, ha fatto si che nel 1988 un lavoratore su cinque fosse straniero.
Per 20 anni l’economia del paese cresce al vertiginoso ritmo del 10% annuo, superato solamente dai grandi produttori petroliferi del continente. Durante questo lungo periodo la Costa d’Avorio attraversa una fase di stabilità e di crescita economica grazie, soprattutto, ai buoni rapporti con la Francia, garantiti dal gran numero di francesi rimasti nella ex colonia. Consapevole di godere di un enorme credito politico, Boigny governa con pugno di ferro, non permettendo la nascita di partiti politici né libere elezioni e togliendosi lo sfizio di trasformare Yamoussoukro, il proprio villaggio natale, nella nuova capitale. La prosperità del paese, però, è assolutamente drogata da una corruzione facilitata dal costante e ingente flusso di capitali stranieri e da un nepotismo capillare, organizzato da una politica parastatale che ha favorito la crescita della classe media. Quando, all’inizio degli anni ’80, il crollo del prezzo del cacao sui mercati internazionali assesta un colpo durissimo all’economia del paese, pur di mantenere lo status di vita raggiunto la classe politica inizia a prosciugare le risorse dello stato. L’economia crolla, il debito estero triplica e cresce la criminalità. Nel 1990 Boigny deve affrontare le prime proteste della popolazione, a cui risponde con la concessione di alcune libertà politiche, tra cui il multipartitismo. Le prime elezioni del paese confermano Boigny alla guida del paese contro il candidato del Fpi (Front Populaire Ivorien) Laurent Gbagbo. La morte del presidente poi, nel 1993, scatena la lotta per la successione. Tre sono i contendenti che si presentano sulla scena politica:

  1. Alassane Ouattara, nominato primo ministro da Boigny nel 1990 per soddisfare le pressanti richieste della comunità internazionale, è un musulmano d’origine burkinabe; economista del FMI (Fondo Monetario Internazionale), è l’uomo ideale per USA e Francia.
  2. Laurent Gbagbo, professore di storia filo marxista e fondatore del partito FPI (Front populaire ivoirien) vicino al PS francese, imprigionato dal 1970 al 1973, è stato uno dei più acerrimi nemici di Boigny e del suo regime.
  3. Henri Konan Bédié, presidente dell’Assemblea Nazionale, è l’uomo indicato da Houphouët-Boigny come successore e vince le elezioni.

Nel 1994 il nuovo presidente, Bédié, impone l’adozione di un Codice elettorale che richiede ai candidati alla presidenza di provare la loro discendenza e nazionalità ivoriane e lui stesso venne eletto nel 1995 con il 94% dei consensi. La repressione del dissenso, di cui fanno le spese centinaia di oppositori al regime, crea intanto un forte malcontento, sfruttato nel 1999 da un gruppo di militari con a capo il generale Robert Guei, che rovescia Bédié e organizza le elezioni presidenziali per l’anno successivo. Nel luglio 2000 viene adottata, via referendum, una nuova Costituzione. Ogni candidato alle presidenziali “deve essere di padre e di madre ivoriani e senza che, nel passato, sia prevalsa un’altra nazionalità”. La questione dell’ivorianità si è rivelata per i successori di Boigny una soluzione veloce per ridistribuire le risorse disponibili senza operare alcuna riforma economica. La distinzione tra veri ivoriani e gli immigrati (pendolari o stabili che fossero), se da un lato ha giustificato discriminazioni salariali, espropriazioni di beni ed esclusione politica, dall’altro ha minacciato il sistema economico ivoriano alla sua base: l’impiego di forza lavoro straniera. Di non secondaria importanza l’uso che si continua a fare della questione etnica come strumento di fascinazione su una componente sociale piuttosto che un’altra, nell’ambito di logiche di potere spesso estranee alla popolazione. Su questo tema puoi approfondire nel post  sulla questione etnica e la tribalizzazione della società.
Ouattara, in base alla nuova costituzione, viene di fatto escluso dalla corsa presidenziale per le sue presunte origini burkinabé (Burkina Faso), sebbene, a onor del vero, la sua regione d’origine fosse considerata parte integrante del territorio coloniale della Costa d’Avorio francese fino al 1947.
Nell’ottobre del 2000 il generale Guei porta la nazione alle elezioni, dopo una campagna elettorale contrastata ed insanguinata. Viene eletto presidente Laurent Gbagbo, leader del Fronte patriottico ivoriano. Contrariato dal risultato, Guei si autoproclama presidente ma la mobilitazione del popolo fa fallire il tentativo di colpo di stato, ridando il potere al legittimo presidente. Sempre nel 2000 viene avviato, seguendo le direttive della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, un programma di liberalizzazione del mercato agricolo che distrugge la possibilità, per i contadini locali, di vendere i propri prodotti sul mercato nazionale; la concorrenza “occidentale” presente nel paese riesce a mantenere prezzi inferiori grazie a sovvenzioni e sussidi dei proprio governi. Tale manovra costa a Gagbo una rivolta contadina durata quattordici mesi e soffocata nel sangue dalle truppe presidenziali. Alla fine della rivolta, però, il malcontento serpeggiante nel paese trova espressione in un golpe, tentato nel settembre 2002 dai ribelli, di cui Ouattara è considerato l’istigatore, golpe sostenuto dal vicino Burkina Faso col discreto appoggio dell’ex potenza coloniale francese. Gbagbo resiste e il golpe si trasforma in una vera e propria guerra civile che spacca il paese in due:

  • il nord, controllato dai ribelli (prigionieri scappati dalle carceri del nord, giovani disoccupati di quelle zone e mercenari provenienti dalle nazioni circostanti -Burkina Faso, Sierra Leone, Mali e Liberia-) confluiti nelle Fn (Forces Nouvelles) di Ouattara
  • il sud, sotto il controllo del governo e delle sue milizie.

Significative per capire il clima che si va creando nel paese sono le dichiarazioni pubbliche di Gbgabo, in cui si allude a possibili coinvolgimenti stranieri nella rivolta.

Migliaia di alloggi di immigrati sono distrutti nella capitale, mentre inizia il dispiegamento dei primi battaglioni francesi, Operation Licorne, e dei caschi blu dell’ONU, per garantire la sicurezza degli stranieri e per creare un “cuscinetto” tra le due aree in cui è ormai diviso il paese. Gli accordi di pace di Marcoussis (vicino a Parigi), nel gennaio 2003, congelano la situazione in attesa che Gbagbo approvi alcuni emendamenti costituzionali e che i ribelli accettino di entrare nel programma di disarmo. Essi prevedono il mantenimento di Gbagbo alla presidenza e la formazione di un governo transitorio composto da tutte le parti in conflitto, compresi i ribelli, che per volere della Francia ottengono i preziosi dicasteri della difesa e dell’interno. Chirac e Villepin commettono però un clamoroso errore di tempi, imponendo al presidente, prima ancora di iniziare le trattative, i due ministeri. Gbagbo, umiliato a Parigi, non avrà difficoltà a «cavalcare» la «fierezza oltraggiata» dei suoi sostenitori, già infervorati dal sogno di una «seconda indipendenza.

E’ dopo l’inizio della guerra, nel 2002, che si afferma infatti un movimento sociale di dimensioni inedite, i “Giovani patriottici”, che si mobilita nell’ambito di una logica ultranazionalista e anticolonialista.
I giovani, attori centrali nel gioco politico della Costa d’Avorio, si oppongono ad un altrettanto giovane partito d’opposizione, quello delle “Forze nuove”, riunite nell’ambito di una vasta alleanza politica, i G7, e additate come responsabili della guerra (nelle forze nuove aderiscono i ribelli del nord) ed elemento di connessione con le forze esterne “neocolonialiste”, di cui Ouattara è il simbolo.
Nel febbraio 2004 l’ennesima risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu autorizza il dispiegamento dell’Onuci (Operazione delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio) per 12 mesi, con la missione di

  • far osservare il cessate il fuoco
  • promuovere il disarmo e il ritorno alla vita civile dei combattenti
  • contribuire alla preparazione delle presidenziali, previste per il 2005.

Gbagbo promette di studiare una riforma dell’articolo 35 della Costituzione, quello che impedisce a Ouattara, appoggiato dalla Francia, di presentarsi come candidato. Contemporaneamente però, il presidente decide un’azione per riprendere il controllo sul nord del paese. Aerei governativi bombardano Bouaké, roccaforte dei ribelli, e otto militari francesi vengono uccisi. Da Parigi arriva l’ordine di rispondere all’attacco e gli aerei francesi distruggono in una giornata l’esigua aviazione ivoriana, di stanza a Yamossoukro. Nel frattempo le truppe francesi occupano l’aeroporto di Abidjan, la capitale, e bombardano il palazzo presidenziale. La mobilitazione popolare contro i francesi è istantanea: migliaia di persone scendono in piazza per manifestare in favore del presidente. A guidarle ci sono i Jeunes Patriotes, le milizie armate anti-francesi. Il loro leader, Charles Ble Goude, esorta la popolazione a difendere il proprio paese dalla truppe occupanti. Come reazione i francesi sparano ad altezza uomo. Durante la notte migliaia di ivoriani armati di machete e bastoni danno l’assalto a case, scuole e negozi di proprietà francese. Inizia così il rimpatrio degli occidentali. Alle interpretazioni che vogliono il nord musulmano (appoggiato dalla Francia) contro Gbagbo (cristiano) e contro il sud cristiano si oppone nel 2004 il portavoce ufficiale del movimento islamico, dando pieno appoggio al presidente Gbagbo contro i ribelli.
Le elezioni del 2005 saranno rimandate più volte, fino ad ottobre 2010. Se infatti l’identificazione della popolazione residente, a cui seguirà la compilazione delle liste elettorali, è proceduta a rilento fra violenze e brogli (numerose denunce documentano mercenari stranieri che pretendono ed ottengono la cittadinanza ivoriana e la scheda elettorale), non meglio è proseguito il processo di disarmo di ribelli (filo Ouattara) e milizie (giovani patriottici, filo governativi). Dopo elezioni svolte in un clima tesissimo, il risultato è stato controverso. Nessuno può dire con certezza chi ha vinto il ballottaggio del 28 novembre: accreditare Ouattara o Gbagbo è stata più una scelta che il risultato di un riscontro dei fatti. La Commissione elettorale ivoriana ha proclamato vincitore Ouattara con il 54,1% dei voti. Entrambe le forze che appoggiavano i contendenti sono state accusate di aver manipolato i risultati, chi nel nord chi nel resto del paese, con alcune prove documentate.
Nazioni Unite, Unione Europea, Ecowas (l’organismo regionale di cui la Costa d’Avorio fa parte), Stati Uniti e Francia si sono nel frattempo schierati dalla parte di Ouattara, che ha nominato primo ministro Guillaume Soro (ex capo delle Forze Nuove che tentarono il golpe nel 2002). Dall’altra parte l’intervento francese, l’elezione di Ouattara e l’estradizione di Gbagbo all’Aia presso la Corte Penale Internazionale (CPI), per rispondere dell’accusa di crimini contro l’umanità, sono stati stati giudicati come una chiara interferenza coloniale, una giustizia a misura del vincitore. Nel 2013 le accuse di parzialità hanno trovato conferma in un rapporto redatto dalla ONG americana Human Rights Watch (HRW). Afferma Param-Preet Singh, senior international justice counsel “Se la Costa d’Avorio ha intenzione di rompere con la pericolosa eredità del passato che permette alle persone vicine al governo di essere al riparo della giustizia, è necessario impegnarsi in inchieste giudiziarie credibili contro i responsabili dei crimini di entrambe le parti implicate nella guerra civile.” Sebbene infatti le complicità delle forze pro-Ouattara siano documentate  dai gravi crimini di guerra compiuti durante il conflitto e la crisi post elettorale, ad oggi non sono seguite azioni.  HRW arriva ad accusare anche la Corte Penale Internazionale, rea di aver fatto inchieste sommarie e parziali sui crimini commessi dalle forze Pro Gbagbo e di aver ignorato completamente la parte avversaria, nel frattempo al governo del paese con il beneplacido della Comunità Internazionale.

E adesso?

Nuovi gruppi di ribelli si stanno organizzando e stanno mettendo a repentaglio la pace post-elettorale. La protezione dei criminali di guerra e la loro presenza nelle posizioni di comando del Governo Ouattara, unita alla persecuzione degli avversari politici, non sta giovando alla riconciliazione e al processo di costruzione della pace.

A proposito di riconciliazione, vorrei fare due brevi incisi.
1.  Innanzitutto vorrei far notare  la costante diabolica del binomio criminali di guerra impuniti- rimozione collettiva perseguita con tenacia; questa perversa associazione costituisce da sempre uno degli elementi scatenanti di guerre atroci in contesti geografici, sociali, politici ed economici anche assai diversi fra loro. Si veda ad esempio l‘ultimo conflitto balcanico.
2.  Ci tengo a ricordare che quando parlo di guerra civile fra ribelli e miliziani mi riferisco anche a bambini e bambine soldato, con tutto ciò che tale terribile connubio di parole richiama.

Se vuoi leggere il post successivo su questo paese vai qui

1. Costa d’Avorio. Una drammatica attualità
2. Costa d’Avorio. Le identità ivoriane
3. Costa d’Avorio. Il miracolo economico finito nel sangue
4. Costa d’Avorio. Evoluzione urbana
5. Cosa sono le nuove guerre?

 

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Foto credit by Jbdodane

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono architetto, operatrice di Teatro Sociale® e docente di sostegno. Da ormai 15 anni, prima come esperta esterna ed ora come docente interna, faccio progetti inclusivi nelle classi. Nella sezione delle Attività didattiche troverai qualche spunto per affrontare le lezioni in modo diverso. Per esperienza posso assicurarti che le metodologie utilizzate sapranno coinvolgere TUTTI i tuoi studenti su qualsiasi argomento, più o meno ostico, tu voglia proporre. TUTTI senza eccezioni! Con risultati sorprendenti

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