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Costa d’Avorio. Le identità ivoriane

Ogni volta che si scomoda la questione etnica o religiosa per spiegare una guerra, e questo caso non fa eccezione, possiamo essere certi che dietro allo schema semplicistico proposto all’occidentale medio, imbrigliato in un immaginario ipercodificato ai limiti del naif, si cela una complessità di relazioni storiche-sociali-politiche ed economiche che vale sicuramente la pena di capire. 
Si legga al proposito anche il documento del Vaticano.
In particolar modo è importante se il nostro intento è quello di individuare percorsi possibili di comunicazione e di comprensione creativa con l’Altro, in una logica di superamento dei conflitti.
Tale curiosità ritengo sia inoltre strategica per chi si relaziona con questi cittadini nei paesi di adozione; l’opportunità è sorprendente se pensiamo che questi studenti sono potenziali mediatori culturali con i loro compaesani. Perchè parlo di una straordinaria occasione?

Perchè a volte chi è cresciuto in un contesto di propaganda politica, in cui le interpretazioni sono manipolate da interessi di parte, non sempre è in grado di leggere con spirito critico la complessità delle dinamiche in atto; a ciò si aggiunga il fatto che a volte il tasso di scolarizzazione è basso e quindi la popolazione ha come unico metro di valutazione la propria esperienza personale. Come se non bastasse, la drammaticità degli eventi vissuti in prima persona può fuorviare il giudizio. Il rischio allora è quello di perdere nel conflitto patrimoni culturali identitari di inestimabile valore. E noi non vogliamo.

Ti avviso, questo post è un po’ lungo..alcuni fattori sono talmente intrecciati che non potevo trattarli separatamente senza rendere più difficile la comprensione.

IN SINTESI

  • le società presenti in Africa all’arrivo dei colonizzatori europei erano organizzate secondo due modalità sostanziali:
    • società patriarcali: potere gerarchico, uomini centrali
    • società matriarcali: potere decentrato, donne centrali
  • I gruppi tribali avevano caratteri peculiari legati anche alle caratteristiche ambientali dei territori di appartenenza; tali caratteristiche influenzavano le dinamiche sociali interne al gruppo,  il carattere della sua economia, le dinamiche con gli altri gruppi (rapporti di scambio, conflittuali, complementari).
  • I colonizzatori scelsero come referenti locali i gruppi più familiari (patriarcali) e funzionali al loro dominio, attribuendo agli altri connotazioni di inciviltà.
  • I giudizi attribuiti alle diverse tribù diventano patrimonio ipercodificato delle società coloniali, introiettati dagli stessi africani.
  • Durante l’epoca coloniale si assiste a significatie migrazioni forzate, volute dagli europei per meglio gestire le risorse in una logica di sfruttamento.
  • Le lotte di liberazione contro la colonizzazione, e soprattutto quelle contro la neo-colonizzazione, si intrecciano indissolubilmente alle rivendicazioni dei popoli negletti durante il periodo coloniale.

Questa sintesi molto grossolana vale a grandi linee per molti paesi africani (un esempio su tutti: il Rwanda).

Cerchiamo adesso di capire la complessità del contesto in cui si sono potute alimentare quelle teorie nazionaliste che oggi costituiscono l’arma potente di Gbgabo e dei suoi “Giovani patriottici” contro Ouattara e le sue “Forze nuove”, costituite per lo più da abitanti del nord, da immigrati e da mercenari stranieri; ho scelto di riportare fedelmente, nella mia traduzione, una parte della preziosissima ricerca effettuata da Richard Banegas nel 2007 per il Centre d’études et de recherches internationales Sciences Po “Côte d’Ivoire: les jeunes « se lèvent en hommes ». Anticolonialisme et ultranationalisme chez les Jeunes patriotes d’Abidjan. Credo infatti che le analisi e le riflessioni dello studioso possano essere di grande aiuto per aiutarti a capire il retroterra identitario degli studenti originari di questo paese e delle loro famiglie.

Per rendere più comprensibile la lettura del testo credo sia prima opportuno fare una

BREVE INTRODUZIONE

Ecco un quadro dei gruppi presenti sul territorio e dei loro principali spostamenti.

Ivory-Coast-ethnic-map                                                Foto credit by geocurrents

La Costa d’Avorio è il crogiulo di una sessantina di etnie raggruppate in 4 grandi gruppi linguistici: i Mandés (Malinké, Dan, Kwéni, Dioula) gialli; i Gur d’origine burkinabé (Senoufo, Koulango, Lobi) viola-rosa; i Krous (Wê, Bété, Dida Bakwé, Néyo) blu; i Kwas o Akan (Agni, Baoulé, Abron, Alladian, Avikam e i gruppi etnici Lagoon) verdi. Sin dall’antichità i gruppi si sono spostati sul territorio ivoriano, rendendo difficile individuare aree definite etnicamente. Dal X secolo i commerci transahariani favorirono l’insediamento di popolazioni mande (malinké) nel nord del paese, dove mercanti dioula dell’impero del Mali fondarono le prime città. Allo sviluppo dei commerci si accompagnò la diffusione dell’islam, che si sostituì, seppure non completamente, alla religione tradizionale. Nel XVII secolo gruppi Akan emigrarono dal Ghana durante l’ascesa del regno Ashanti, stabilendosi nelle regioni centro-occidentali e sulla costa, mentre le comunità lagunari (Kru) ebbero un importante ruolo nello sviluppo dei commerci oceanici sin dal XV secolo, ponendosi come intermediari esclusivi dei portoghesi che battevano le coste per prelevare avorio, olio di palma, altri beni commerciali e schiavi.
La presenza di missionari cristiani e, successivamente, di una vera e propria società cattolica nella parte centro-meridionale del paese, non riuscirà mai a cancellare il sistema di valori e di simboli radicato nella cultura locale millenaria, dando luogo piuttosto a sincretismi religiosi di varia natura, come era accaduto per la religione islamica.
A questo proposito è di grande interesse la posizione espressa da Werewere Liking, una scrittrice, drammaturga e intellettuale, nonchè fondatrice di un movimento con sede ad Abidjan. Nella pagina a cui ti rimando trovi un link che ti permette di leggere una sua intervista. Alla base del suo lavoro vi è la volontà di fornire una risposta ai quesiti posti dalle giovani generazioni, che vivono in particolar modo il disorientamento causato dalla crisi dei modelli di socialità e dai conflitti di potere fra generazioni e gruppi sociali all’interno della moderna società africana; rifiutando categoricamente l’idea di una tradizione cristallizzata, sempre uguale a se stessa, cui si può tributare solo fedeltà ed obbedienza, la ricercatrice sostiene invece una concezione della tradizione come patrimonio di valori, saperi e pratiche continuamente riformulato, riadattato in funzione dei processi sociali in atto. È in questo quadro che Liking riflette sulla possibilità di un recupero delle iniziazioni praticate nelle culture indigene africane: la posta in gioco consisterebbe nel fornire uno strumento di emancipazione ai giovani africani, divisi fra l’adesione ad un’ideologia della modernità totalmente appiattita su un modello di consumismo funzionale al mercato neocoloniale e l’adesione ad un’ideologia della tradizione manipolata dai poteri locali in funzione conservatrice.

Ora che abbiamo un’idea di come le popolazioni che abitano in Costa d’Avorio fossero dislocate all’arrivo dei coloni francesi siamo pronti per leggere quanto segue.
P.S. La traduzione dal testo francese è mia. Per rendere più scorrevole la lettura mi sono permessa di spezzare frasi molto lunghe, aggiungere titoletti (in neretto) alle varie parti del discorso e introdurre a volte brevi elenchi dove invece il testo prevedeva solo punti e virgola. Spero di averti fatto cosa gradita.
Un ultima cosa prima di iniziare. Essendo la relazione di ricerca del 2007, quando ci si riferisce al Presidente stiamo parlando di Gbabo.

“La Francia, l’Africa del Sud, il Togo, il Ghana, il Gabon e il Congo, la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO), l’Unione Africana, l’Unione Europea e l’ONU: tutti, prima o poi, si sono preoccupati della Costa d’Avorio in crisi. Nessuna delle soluzioni proposte o imposte ha mai permesso di superare la situazione. Noi proponiamo una riflessione sul cambiamento del registro anticolonialista per la liberazione nazionale e, tramite esso, ci focalizzeremo su uno degli aspetti più significativi del conflitto, la sua dimensione generazionale.

INTERPRETAZIONI DEL FENOMENO NAZIONALISTA E RAGIONI PROFONDE DEL CONFLITTO.

Nell’affermazione ultranazionalista di una “guerra di liberazione” c’è anche una rivoluzione generazionale portata avanti da nuovi soggetti, usciti dal sindacato degli studenti, la FESCI, che cercano di imporsi nello spazio pubblico e di scardinare gli antichi rapporti di egemonia. Dopo il 2000 la Costa d’Avorio ha visto nascere ed affermarsi, in effetti, un movomento sociale di ampiezza inedita, quello dei “Giovani patriottici”; esso si mobilita su due fronti, quello ultranazionalista, per la difesa dell’identità ivoriana e per la resistenza contro gli assalitori del nord, e quello anticolonialista, di lotta contro l’egemonia francese (associata ai ribelli del nord); questo doppio binario da al conflitto l’immagine di una seconda guerra d’indipendenza, sostenuta dalle cerchie presidenziali e radicata sul territorio grazie ad organizzazioni di massa molto strutturate, che garantiscono luoghi di socializzazione e di mobilitazione importanti.

I discorsi ultranazionalisti si nutrono di un triplice rigetto:

  • l’antico potere coloniale, accusato di fare la guerra alla Costa d’Avorio per difendere interessi commerciali e strategici ereditati dall’Impero;
  • gli immigrati, che dopo il 1930 sono arrivati in gran numero dai paesi Sahéliani per lavorare;
  • alcune categorie di ivoriani la cui origine geografica, l’ascendenza, la religione e, su tutto, il patronimico, ne fanno dei cittadini di “nazionalità dubbia”.

La guerra in Costa d’Avorio è un conflitto politico che poggia sostanzialmente sulle fondamenta della nazionalità e della cittadinanza; una “guerra d’identificazione”, come afferma qualcuno, che intende risolvere le questioni, semplici in apparenza, di sapere chi è ivoriano e chi no, cos’è la nazione, chi ne fa parte.
Banalmente, ruota intorno ad un conflitto sui diritti (politici, economici, educativi, culturali, matrimoniali, ecc.) che permettono di ottenere la carta d’identità e che mettono in gioco due concetti di cittadinanza: uno aperto, cosmopolita, l’altro fondato su un’ideologia politica di autoctonia e ivorianità; entrambi, vedremo, sono indissolubilmente legati.

Detto in altre parole, è una crisi del concetto di cittadinanza che ha profondi legami con la storia, coloniale e post-coloniale, dell’Africa.

E’ l’effetto indiretto di lotte di successione mai regolate dopo la morte di Houphouët, lotte per il potere tra i suoi eredi.
Inoltre, è anche il risultato di una crisi strutturale che ha le proprie origini nella formazione di un’economia agricola basata sulle piantagioni. Dopo gli anni 1930-50 questo tipo di economia ha infatti profondamente connotato le identità politiche, i rapporti demografici, le ineguaglianze territoriali e le regole della politica di uno “stato piantagione”.

LE RIVENDICAZIONI ANTICOLONIALI DEI GIOVANI NAZIONALISTI. I GIOVANI RIVENDICANO IL DIRITTO A UN FUTURO…

Il nodo gordiano dell’autoctonia e dell’alloctonia, che polarizza oggi il dibattito, si cela ben prima dell’indipendenza, nei meandri dell’economia della tratta degli schiavi e delle alleanze politiche che ne derivarono. Vedremo inoltre che l’attuale crisi traduce un dibattito, alimentato senza sosta dopo il 1960, sui fondamenti della sovranità, della nazione e l’accesso a una vera indipendenza.
[…] Il punto centrale del nostro ragionamento è che questo dibattito sui diritti oggi si esprime nell’ambito di rivendicazioni ambivalenti fra la “seconda indipendenza” e il concetto dei nativi autoctoni; la sua natura è però ancor più violenta perchè manifesta, confusamente, la rivincita di alcune popolazioni autoctone, a lungo marginalizzate dal potere coloniale e post-coloniale, e soprattutto la rivincita dei giovani (urbani e rurali) che, attraverso la violenza, diventano uomini e si affermano come categoria centrale del gioco politico.
La maggior parte degli osservatori a conoscenza della politica ivoriana si rifiuta di considerare le rivendicazioni anticolonialiste della galassia patriottica perché sono una frangia minoritaria della popolazione e costituiscono un paravento per le strategie di potere. La loro volontà di ridefinire su altre basi le relazioni con la Francia sono interpretate in una logica strumentale di legittimazione di uno regime poco sostenuto all’estero.(si riferisce a quello di Gbabo. NdT)
Per chi cerchi di comprendere le ragioni della crisi e le sue prospettive evolutive sarebbe però un grande errore attenersi a questa interpretazione. La galassia patriottica e le milizie urbane associate, una trentina, le strutture patriottiche urbane, (…) non devono essere interpretate come un semplice calco delle strategie politiche stabilite nelle alte sfere dal clan presidenziale (Gbabo), ma invece come un processo di raggiungimento dell’autonomia di una frazione di giovani che oggi reclamano violentemente i propri diritti, un lavoro e il riconoscimento sociale. La nota anticoloniale della “seconda indipendenza” si può allora interpretare come la volontà dei govani di uscire dal rapporto postcoloniale a due con la Francia, ma anche, e soprattutto, come il linguaggio di annunciazione di un processo sociologico e politico di riconfigurazione dei rapporti intergenerazionali, di emancipazione di una gioventù che “non vuole più fare anticamera”, come ha scritto Yacouba Konaté.

LA TRIBALIZZAZIONE DELLA SOCIETA’ IVORIANA NELLA LOGICA DEL COLONIALISMO: UNA PESANTE EREDITA’ PER LA COSTRUZIONE DELLE IDENTITA’ IVORIANE. VEDIAMO PERCHE’

In Costa d’Avorio lo stato coloniale ha giocato un ruolo cruciale nella formazione delle identità etniche e nella loro traduzione nello spazio, territoriale e mentale, del potere. Gli etnologi coloniali, nell’ambito dei quali Marcel Delafosse fu uno dei primi a distinguere le grandi famiglie linguistiche, hanno innescato un processo di classificazione dei gruppi che ha dato corpo a quegli stereotipi culturali di cui si trova ancora traccia nella crisi degli anni 1990-2000. Questa gerarchia rifletteva le rappresentazioni che i coloni facevano delle popolazioni locali, ma soprattutto le alleanze che avevano dovuto stringere per assicurare la sicurezza delle colonie. Da quando fu fondata la colonia della Costa d’Avorio, nel 1893, i francesi occuparono essenzialmente il litorale a sud-est. I loro interessi si mossero poi verso l’area delle foreste a ovest, che sembravano potenzialmente più ricche, per il legno, l’olio di palma, l’avorio, il caffè e il cacao, ma che presentavano lo svantaggio, agli occhi dei coloni, di essere occupate da popolazioni giudicate primitive e contrarie alla penetrazione imperiale. Per risolvere il dilemma l’amministrazione fece appello alle popolazioni del nord, i Dioula, famosi per la loro tradizione commerciale, che migrarono in grandi numeri verso sud. “La regione designata a diventare la principale area del valore coloniale, il sud, fu oggetto di una dequalificazione degli autoctoni a favore degli alloctoni del nord, così come degli africani non ivoriani” (J-P. Dozon, « L’allochtone et l’étranger en Côte d’Ivoire »). Molto presto, quindi, si venne a costruire nella colonia una distinzione etnoregionale fondata su una gerarchia funzionale, stabilita in base a comportamenti di docilità e di disponibilità della mano d’opera per il lavoro coloniale. In questo quadro etnografico si sono progressivamente costituite diverse figure archetipe, fra cui gli Agni del sud-est e alcune tribù lagunari che furono i primi interlocutori degli europei. Gli Agni, in effetti, beneficiarono di una certa considerazione da parte dell’amministarzione coloniale, che vedeva nel loro regno utili relazioni di potere e un fattore di temperamento. Il loro atteggiamento, favorevole ad un’agricoltura di rendita, ne fece quindi, inizialmente, alleati privilegiati, ruolo che persero progressivamente con l’avanzare dell’influenza dei Baoulé.
Per quanto riguarda le popolazioni del nord, esse occupavano una posizione singolare nelle rappresentazioni coloniali del “buon selvaggio”: “buoni musulmani”, “buoni commercianti” (perché erano Dioula), “buoni viaggiatori” (I Senufo”), disposti a emigrare per lavorare nelle piantagioni e nei cantieri del sud, questi abitanti erano ben considerati nell’immaginario imperiale. Relegati in ruoli secondari in un sistema dove la separazione si strutturava piuttosto fra Est ed Ovest, occupando una posizione eccentrica nei dispositivi simbolici delle rappresentazioni coloniali (dell’indigeno e dell’evoluto), questi abitanti furono gli attori principali dei governi coloniali (e postcoloniali), dal momento che permisero lo sfruttamento agricolo delle regioni occidentali, ostili, e lo sviluppo dei centri urbani in tutto il sud.
Infine, ai piedi della scala coloniale, si trovava la grande famigla dei Krou del sud-ovest, mal considerati a causa di una organizzazione decentrata e poco strutturata del potere. Nell’ambito di queste società “anarchiche” dell’Ovest alcune trovarono apprezzamento fra i coloni, i Bakouè per esempio, ma la maggior parte assunse connotazioni negative. I Betè in particolare, creazione coloniale per eccellenza, hanno sempre rappresentato la figura etnosociale della negatività, gli africani delle tenebre, in opposizione alle genti dell’Est e del Nord. Queste rappresentazioni hanno pesantemente impregnato le pratiche e l’immaginario del potere: sotto il regime di Houphouët, i Bété, rappresentati da Laurent Gbagbo, nativo di Gagnoa, sono stati costantemente stigmatizzati per la loro scarsa docilità e per la loro opposizione al regime.
Ciò che è cruciale per le nostre riflessioni è notare il modo in cui questa etnologia coloniale si sia presto articolata intorno ad una problematica su autoctoni-alloctoni che ha costituito, a partire dal 1930, la matrice dell’ivorianità e del nazionalismo. Per meglio comprendere è necessario tornare all’economia delle piantagioni e alle alleanze politiche che si sono create sotto l’impero.
Nel sistema di classificazione descritto, i Baoulé (appartenenti, come gli Agni, al grande gruppo degli Akan) occupavano un posto ambivalente: debolmente organizzati sul piano politico, ma occupando una posizione geografica ed economica centrale per lo sviluppo dell’economia delle piantagioni, sembravano uscire dalle tipologie sommarie dell’etnografia. Il fatto è che i Baoulé, in continuo spostamento, erano difficilmente catalogabili. Negli anni ’20 si mossero numerosi verso le piantagioni nelle terre degli Agni, dove furono accolti come cugini, ed è qui che si manifesterà successivamente un’autoctonia Agni (Akan) che si tradurrà poi in rivendicazioni sociali. Si inaugura ora, nell’est, il primo modello di emigrazione per lavoro e di rapporti autoctoni/alloctoni. Negli anni ’30 i Baoulé, seguendo lo sviluppo della coltura del caffè, si dirigono quindi verso ovest, dove trovano abitanti Dioula, Sénoufo e Voltaici, giunti numerosi dalle regioni della Savana, a nord. Per costoro i Baoulé, originari dell’est, sono alloctoni. Durante gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, infine, il centro di gravità dell’economia delle piantagioni scivola progressivamente dai villaggi Agni ai villaggi Baoulé, nella regione di Dimbokro, facendo di quest’ultima l’asse intorno al quale si organizza lo sviluppo della colonia e l’immagine identitaria relativa.
Conosciamo la storia, che ha visto questo gruppo, demograficamente dominante, assicurare la propria egemonia economica e politica sullo stato post-coloniale, organizzato intorno alla figura di un presidente agricoltore frutto del mondo baoulé. Prima dell’indipendenza, in effetti, i dignitari del mondo Akan, principalmente baoulé, che con Houphouët avevano preso il controllo dei principali luoghi di potere, ripresero a loro beneficio le rappresentazioni etniche coloniali, per assicurarsi l’egemonia e fondare il famoso mito di una propensione naturale degli Akan per dirigere gli altri e governare uno stato. Memel-Fotê ha dimostrato come questo mito non abbia alcun fondamento storico e come si sia dovuto attendere il colonialismo per vedere gli Akan fare esperienza di potere strutturato. Questa favola pseudo-antropologica, costantemente messa in gioco, ha costruito una credenza collettiva di una superiorità baoulé e una predestinazione Akan al comando. Così facendo, il sistema di classificazione coloniale che poneva al suo apice gli Agni del sud-est e i Malinkè del nord sarà profondamente modificato a favore delle identità dominanti del centro-sud; un’ideologia quasi ufficiale dello stato houphouëtista, che segna la traiettoria del paese e continua a strutturare gli immaginari del potere. Solo per fare un esempio, è precisamente in questo ambito che si forgia la nozione di ivorianeità durante il governo di Bédié. Sotto il bianco mantello dell’ivorianeità si cela proprio la « baoulité », o la « akanité ». Si potrebbe avanzare l’ipotesi che le arringhe anticolonialiste dei giovani patrioti dell’Ovest, attraverso la denuncia dell’ex colonia e dei suoi supporters, rivelino anche (e forse soprattutto) un’alienazione endogena, che ha mantenuto i popoli della foresta in una posizione di antica subordinazione, inscritti in un sistema di rappresentazione etnica coloniale fortemente gerarchico, rafforzato dai regimi di Houphouët et Bédié. E’ un fatto che l’accesso di un Beté alla presidenza della Repubblica (Gbabo)  è chiaramente vissuto come una rivincita della storia e una presa in giro di questa mitologia, che ha assicurato per lungo tempo l’egemonia Baoulé della regione. (…) si assiste ad una riscrittura di quell’etnografia classica dei popoli dell’Ovest, volta a restaurare la loro dignità storica. (…) Contrariamente all’immagine che il regime houphouëtista ha dato di un potere sudista e autoctono essenzialmente baoulé, va sottolineato che fu soprattutto un regime fondato sull’alloctonia, cioè su un’alleanza degli alloctoni (del nord, del centro e, non dimentichiamolo, degli immigrati) contro gli autoctoni dell’ovest. (..) se si osserva il PDCI-RDA (partito del presidente Houphouët. NdT), la strategia dei fondatori del partito fu quella di appoggiarsi in parte sugli agenti dello stato coloniale (capi cantonali, funzionari territoriali) e in parte sui connazionali del nord, diventati maggioritari nei centri urbani della zona delle foreste. Le relazioni che i piccoli commercianti e i piccoli agricoltori dioula avevano stabilito sui territori della colonia, così come con i paesi confinanti, ne facevano dei soggetti preziosi per l’apparato di partito. Per questo motivo Dozon afferma che il PDCI-RDA incarnava entrambi i movimenti, dell’autoctonia e dell’alloctonia. Egli va anche oltre nella sua interpretazione, iscrivendo questa problematica nella lunga durata dei processi di popolamento nel sud del paese. La questione dei primi arrivati e dei nuovi venuti si riassume con la seguente proposizione: i nuovi hanno sempre la tendenza di seguire i passi dei primi arrivati; mettendo in atto un processo di assimilazione, sono loro, i nuovi venuti, che metteranno i primi arrivati, con la violenza o la negoziazione, nella posizione di autoctoni, cioè di subordinati. I nuovi venuti, gente di potere, riservano ai primi delle funzioni rituali. Questa posizione preminente in materia religiosa non è che il rovescio della medaglia della subordinazione politica. Favorendo l’alloctonia (dioula, baoulé, burkinabè), lo stato coloniale, molto probabilmente a sua insaputa, e il regime ivoriano più deliberatamente, non hanno fatto altro che perpetuare una pratica politica che esisteva da lunga data in seno alle società precoloniali. In questa prospettiva possiamo affermare che la vera rottura che ha instaurato la colonizzazione rispetto a consuetudini di lunga durata, è di aver contribuito alla formazione di un’entità geografica ivoriana, che si è cristallizzata nella regione delle foreste pluviali attraverso lo sviluppo delle piantagioni indigene e dei rapporti conflittuali fra autoctoni ed alloctoni che lo ha accompagnato.
Se oggi il conflitto è così profondo e violento, è anche forse perchè porta in nuce la difficile ricomposizione delle basi sociali storiche del potere e la messa in questione di una governabilità fondata sull’alloctonia. Contro il principio dell’egemonia baoulé, che ha strutturato l’esercizio del potere dagli anni ’50 agli anni ’90, il FPI di Gbagbo ha coltivato nell’opposizione un nazionalismo civico che si basa su altre basi sociali rispetto al PDCI-RDA: in primo luogo i giovani e le categorie popolari delle grandi città, ma anche le popolazioni autoctone delle regioni rurali del sud-ovest. (…) il principio di autoctonia si è imposto come cardinale nelle rivendicazioni dei diritti e nell’affermazione del sé. In realtà anche queste rivendicazioni hanno una lunga storia, in larga parte coloniale. Esse sono indissociabili da un’economia, basata sulle piantagioni, che ha prodotto non solo uno svuluppo diseguale del territorio, ma soprattutto una modifica sensibile degli equilibri demografici, a causa della massiccia presenza di mano d’opera straniera (per quanto sia possibile parlare di stranieri in epoca coloniale, quando lo stato nazione non era ancora costituito).

LE MIGRAZIONI DEL XX SECOLO E LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE SUL TERRITORIO.

La storia delle migrazioni in Costa d’Avorio è molto conosciuta (…) Dagli inizi degli ann ’30 si osserva nelle regioni delle foreste occientali la costituzione di villaggi di agricoltori originari dell’Alto Volta (Burkina Faso). Questi flussi furono pilotati fino al 1946, quando la soppressione del lavoro forzato lasciò la decisione alla volontà dei singoli. A partire dagli anni ’50, comunque, lo sviluppo economico della Costa d’Avorio rispetto ai paesi confinanti è alla base di un costante flusso migratorio volontario, che si rafforza con la creazione, nel 1951, del SIAMO (Syndicat interprofessionnel d’acheminement de la main-d’oeuvre). Questi nuovi abitanti si stabiliscono soprattutto nei centri urbani, dove si concentrano le attività commerciali ed amministrative. I soggiorni si allungano progressivamente, fino a determinare una colonizzazione della terra. Il fenomeno, già esistente durante il colonialismo, si intensifica dopo l’indipendenza con l’incoraggiamento delle autorità “La terra a chi la coltiva”, accentuando ulteriori mutazioni negli equilibri economici, demografici e politici del paese. Negli anni ’70, quelli del famoso miracolo ivoriano, gli immigrati rappresentano già un quarto della popolazione. La loro presenza si manifesta in primo luogo nel tessuto urbano, con la creazione di numerosi quartieri o accampamenti poco permeabili agli altri gruppi (e in questo frangente l’eredità coloniale è innegabile). Contrariamente all’idea comune di un paese dell’accoglienza, bisogna ricordare che la realtà dei rapporti intercomunitari era piuttosto tesa, più che un melting-pot, meglio parlare nei termini di una coabitazione spaziale e una divisione del lavoro fra comunità, ciascun gruppo occupando quella che Dembelé ha definito una « nicchia ecologica ». “La divisione comunitaria degli habitat urbani” scrive “ si duplica nella formazione di una struttura binaria risultante dalle affinità etniche e migratorie. I gruppi culturali forestieri stabiliscono i loro quartieri vicini gli uni agli altri (..) e costituiscono finalmente un insieme di Sénoufo, di Malinké, di Mossi, di Maliani, d’Ivoiriani del Nord, di Bété, di Baoulé, d’Agni, ecc.
La presenza di immigrati spiega altri due punti centrali per la comprensione della crisi attuale: l’integrazione socioeconomica e il concetto di cittadinanza, che durante il regime, come abbiamo detto, sono stati confusi. L’accelerazione dei fenomeni migratori e soprattutto il passaggio verso una migrazione di tipo stanziale ha trasformato la mano d’opera straniera temporanea in abitanti agricoltori su terreni propri, ciò grazie ad una politica che ha favorito questo processo senza tenere in considerazione l’organizzazione e la gestione del territorio da parte di quei gruppi “non docili”, di tradizione matriarcale, in cui continuava ad avere una funzione significativa il possesso di una proprietà collettiva nelle terre limitrofe alla foresta o nella foresta stessa.
I conflitti fra autoctoni e alloctoni non erano certo scomparsi, ma il regime ha cercato di regolarli tramite un insieme di istituzioni sociali che oggi sono entrate in crisi. Allo stesso modo, nel contesto urbano, l’integrazione economica e sociale degli stranieri si è realizzata sotto forma di una divisione sociale molto schematica del lavoro, che può riassumersi nella formula: agli ivoriani « de souche » (parola per designare gli ivoriani del sud) i lavori salariati dentro l’amministrazione pubblica e le grandi aziende pubbliche o parastatali; agli stranieri e ai connazionali del nord il commercio al dettaglio, i trasporti e tutti i mestieri informali. Questa divisione, eredità del colonialismo, è andata di pari passo con un modello di ascesa sociale che ha sempre valorizzato le carriere del lavoro salariato, organizzato intorno alla figura centrale del funzionario o del dirigente amministrativo. Oggi questi modelli e queste antiche rappresentazioni del successo vengono messe in discussione, a favore invece dell’impresa privata e dell’iniziativa individuale, visti come luoghi di emancipazione e di realizzazione del sé. In questo contesto lo stile di vita, vissuto o immaginato, diventa un linguaggio politico. Bisogna ricordare che questa integrazione economica, urbana e rurale, dei cittadini immigrati trae forza da un patto politico che è stato al cuore della governabilità houphouëtiena: in cambio di un totale liberismo per ciò che riguardava i loro interessi sul territorio del paese era richiesto un sostegno incondizionato al potere. In altri termini, in sintesi, si può dire che gli stranieri hanno per lungo tempo beneficiato in Costa d’Avorio di una cittadinanza economica: era ivoriano chiunque lavorasse nel paese e partecipasse al suo sviluppo. Ancora nel 1995, in vista delle elezioni, il partito del dittatore distribuiva con grande generosità carte d’identità ivoriane a cittadini stranieri.
Il modello di integrazione descritto ha funzionato bene o male fino alla fine degli anni ’70, quando è subentrata la crisi economica e si sono dovuti affrontare una serie di temi non più derogabili:

  •  la diminuzione delle superfici coltivabili a causa del processo di savanizzazione della foresta pluviale, determinato da un cieco sfruttamento delle risorse, aumenta la pressione sulla terra coltivata;
  • l’abbassamento dei prezzi agricoli, dovuto alla crisi internazionale, mette in crisi il sistema di sfruttamento delle terre (piantagioni);
  • la crisi fiscale e la riduzione delle risorse pubbliche mettono in ginoccho il sistema sociale, denunciandone la corruzione a tutti i livelli; si mette in luce la vulnerabilità del modello di ascesa sociale.

L’attuazione di politiche per la privatizzazione delle imprese non riesce ad equilibrare una situazione ormai incandescente.
Tutto precipita con l’elezione di Bédié, quando, per motivi elettorali, si apre il coperchio del vaso di Pandora dell’ivorianetà. Concettualizzato e strumentalizzato per eliminare Ouattara dalla scena politica, questo tema si è imposto negli anni come strumento di esclusione, al servizio di qualsiasi manovra di stigmatizzazione e di discriminazione, a tutti i livelli. Gbagbo, il primo a denunciare l’uso strumentale che Houphouët faceva degli immigrati, ha poi cavalcato l’ivorianità, al punto che gli organi d’informazione del FPI sono i principali diffusori del concetto radicale di cittadinanza del nativo. Dopo la crisi del 2002 il dibattito ha assunto toni xenofobi, tanto da additare gli stranieri e gli abitanti del nord per la vendetta popolare. Se questo tema ha finito per assumere tali dimensioni è perché si nutre della crisi dell’impiego urbano e al contempo della crisi del mondo rurale. Negli anni novanta migliaia di giovani diplomati e laureati si sono riversati nelle città senza trovare lavoro; molti di essi, provenienti dai villaggi rurali, hanno dovuto rinunciare all’agognato modello di ascesa sociale per fare ritorno ai villaggi, dove la loro terra non era più disponibile perché data dai parenti agli stranieri. Oggi, organizzati nelle milizie rurali, sono i primi a reclamare il ritorno alla tradizione perchè contestano agli alloctoni la proprietà fondiaria. Contemporaneamente, migliaia di ivoriani del sud impiegati nell’amministrazione statale sono stati licenziati e, per sopperire ai bisogni familiari, si sono convertiti ai piccoli lavori informali, scontrandosi con il monopolio dei commercianti dioula e degli stranieri. (…)
Questa inclinazione nazionalista, ricorrente nella storia del paese, ha quindi portato allo scoppio di violenza xenofoba contro gli immigrati a varie riprese, come nel 1958, contro i togolesi e i Dahoméens (…) Con la guerra le tensioni intercomunitarie hanno mutato natura: da economica e fondiaria a politica, culturale e persino religiosa. La percezione dello straniero si è etnicizzata, i criteri d’identificazione fondati sul territorio, l’autoctonia, la cultura e la religione hanno preso il posto di quelli economici e sociali. Ormai straniero non è più soltanto l’immigrato, ma il « Dioula », il cittadino del nord o il musulmano. (…)
E’ significativo il fatto che le parti in conflitto si siano cristallizzate intorno alle modalità per stabilire l’attribuzione delle nuove carte d’identità. Lontano dal chiarire il dibattito sulla cittadinanza, questo processo d’identificazione ha, al contrario, aggravato la frattura comunitaria.
La polemica sulle carte d’identità e l’usurpazione della cittadinanza è una questione antica e centrale; iniziata negli anni ’60 con le clientele di partito, si è cristallizzata negli anni ’90 con l’introduzione operata da Ouattara della carta di residenza per gli immgrati; nel 1995, la validità dubbia di migliaia di carte d’identità hanno oscurato gli scrutinii elettorali e nel 2000, con il cambiamento della costituzione, si è voluto dare un segno netto di cambiamento con il passato, argomentando il concetto di ivorianità con il tema del territorio ancestrale. In una società fortemente urbanizzata, dove i legami con il villaggio di origine sono quanto meno deboli, dove gli individui e i gruppi hanno dato prova della loro mobilità sociale e geografica, si capisce bene l’infondatezza di queste procedure amministrative. Si constatano inoltre gli effetti perversi di misure che rigettano ai confini della comunità nazionale coloro (molti) che non possono dimostrare la loro appartenenza al territorio d’origine, solitamente quelli il cui patronimico nordista mal si accorda con un certificato di nascita in una località del sud.

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2. Costa d’Avorio. Le identità ivoriane
3. Costa d’Avorio. Il miracolo economico finito nel sangue
4. Costa d’Avorio. Evoluzione urbana
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Foto credit by United Nations Photo

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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