Se lo studente ha origini...

Costa d’Avorio. Il miracolo economico finito nel sangue

dentro una piantagione di cacao

Da fiore all’occhiello del panorama economico africano a teatro di una guerra civile brutale e sanguinosa. Nei post presenti in questo sito ho cercato di chiarire i retroscena di questo processo. Abbiamo visto il contesto sociale, cercando di capire in che modo la presenza di diversi gruppi etnici sia stata  manipolata nel corso dei decenni per raggiungere il potere, con la complicità di etnologi e antropologi resi miopi dalle loro cornici culturali; abbiamo approfondito i passaggi fondamentali della storia recente; vediamo ora nello specifico il contesto economico di partenza, che ha reso questo paese così appetibile..

30 anni fa il prodotto interno lordo pro capite ivoriano era di 2.864 dollari, oggi non arriva a 1.700. Il paese del miracolo economico, portato a esempio all’epoca del primo presidente Felix Houphouet-Boigny, nel 2013 era al 168° posto dell’Indice dello Sviluppo Umano dell’Undp, il tasso di mortalità materna è uno dei più alti del mondo e più di 100 bambini su mille non raggiungono i cinque anni.
Per un trentennio (1960-1993) la politica economica di questo paese è stata completamente dominata dalla Francia, anche grazie al ruolo fondamentale giocato dal dittatore per bloccare il progetto di Senghor (il presidente poeta del Senegal) di una Federazione di stati dell’Africa dell’Ovest. La crisi innescata dal crollo dei prezzi del cacao e del caffè, di cui la Costa d’Avorio è uno dei massimi esportatori al mondo, ha messo in campo prospettive alternative che, abbracciate in seguito dal presidente Gbago, sono diventate il manifesto di una nuova indipendenza ivoriana.
Due sono i cavalli di battaglia con cui Gbgabo, salito al potere, affronta la crisi che sta mettendo in ginocchio l’economia del paese:

  • l’accusa ai francesi di continuare a comportarsi da colonialisti;
  • l’incitazione della popolazione all’insofferenza e all’intolleranza verso coloro che “rubano il lavoro agli ivoriani”, cioè i numerosi immigrati che negli anni della crescita economica sono arrivati nel Paese.

Sperando di scaricare così le tensioni conseguenti all’impoverimento del paese, Gbgabo tentava nel frattempo di applicare le ricette economiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale: privatizzazioni e liberalizzazione dei prezzi dei beni di prima necessità.
In direzione contraria alle intenzioni, la strategia voluta dal FMI non fece che peggiorare drasticamente la situazione dell’economia ivoriana, andando a privilegiare i residenti di nazionalità straniera, francesi per la maggior parte, e acuendo l’astio della popolazione verso i più ricchi ex colonizzatori. Complici le incentivazioni riservate ai cittadini stranieri dai rispettivi paesi di appartenenza, le imprese straniere potevano infatti avere prezzi competitivi imbattibili da quelle locali.
Va detto inoltre che la Francia, ancora nel 2004, controllaval’economia ivoriana nei seguenti settori:

  • il commercio del cacao (di cui la Costa d’Avorio è il primo produttore mondiale);
  • l’erogazione della corrente elettrica e dell’acqua;
  • tutta la telefonia;
  • tutte le infrastrutture, dalle ferrovie all’aeroporto, incluso il porto di Abidjan, il secondo per importanza del continente africano;
  • due terzi delle grandi concessioni agricole.

Un rapporto di dipendenza (il 75% dell’economia ivoriana in mano alla Francia) che Gbgabo stava iniziando a rescindere, approfittando del fatto che la maggioranza dei contratti scadeva nel 2005. Il presidente stava quindi incominciando ad aprire il mercato anche ad investimenti non francesi, fra tutti cinesi e statunitensi, nel settore dei lavori pubblici e in quello delle concessioni per l’estrazione del gas e del petrolio. Questo atteggiamento, del tutto legittimo, deve aver determinato non poche incrinature, per usare un eufemismo, negli equilibri esistenti fino ad allora.
L’altro scenario importante, da tener presente per capire il contesto della guerra, è la concomitante penetrazione statunitense in tutta la cosiddetta area del franco-CFA (le ex colonie francesi del Mali, Senegal, Ciad, Camerun, Niger), dove la Francia non vuole perdere il controllo.
La Costa d’Avorio possiede

  • alcuni giacimenti di diamanti, ferro, bauxite, oro e gas naturale;
  • pregiatissime essenze della foresta pluviale, mogano su tutte;
  • giacimenti petroliferi offshore scoperti di recente e in costante crescita;
  • una posizione strategica di fronte al golfo di Guinea, i cui giacimenti offshore rappresentano una fonte prioritaria di approvvigionamento per gli Stati Uniti.

A ciò si aggiunga il progetto per il gasdotto che dovrebbe rifornire l’Europa, il cui percorso attraversa anche la Costa d’Avorio.

Infine, non dobbiamo dimenticare la così detta economia di guerra, quella cioè che si produce, a scapito dei civili, grazie alle guerre.
Un documento del Vaticano a proposito della situazione in Africa occidentale descrive assai lucidamente di cosa si tratti in questo particolare frangente. Per capire meglio riporto alcuni brani del testo: “Guerre tribali, conflitti ancestrali, scontri etnici, jihad. Sono solo alcune delle definizioni usate per descrivere i conflitti che insanguinano l’Africa da un sistema dell’informazione spesso distratto e impreciso. In realtà, le attuali guerre africane non hanno nulla di diverso dai conflitti che si combattono in altre parti del mondo, inserendosi nella categoria delle cosiddette “guerre post-moderne”. E ancora “Le guerre postmoderne dunque alimentano una forma violenta di economia informale. In Costa d’Avorio, ad esempio, la divisione del Paese in due aree, il nord-ovest in mano alle cosiddette “Forze Nuove” e il resto sotto il controllo dell’esercito governativo, ha permesso alle diverse fazioni che controllavano i punti di passaggio da una zona all’altra (e anche all’interno delle stesse aree) di pretendere una sorta di “pedaggio” agli sfortunati abitanti che dovevano spostarsi da una parte all’altra. Diversi missionari hanno riferito più volte all’Agenzia Fides che l’ostacolo principale alla riunificazione della Costa d’Avorio derivava proprio dalla volontà di mantenere in vigore questo sistema di taglieggiamento della popolazione civile. Nonostante gli accordi di pace firmati a Ouagadougou (Burkina Faso) nel marzo di quest’anno, permane una certa preoccupazione per il volatile confine tra Costa d’Avorio e Liberia (Paese che è appena uscito da una drammatica guerra civile) che rischia di diventare una zona franca aperta a commerci, legali e illegali, di ogni genere, compreso quello degli stupefacenti. L’Africa Occidentale, infatti, con i suoi porosi confini, la facile corruzione di funzionari mal pagati, e la presenza di formazioni armate irregolari, è diventata una delle zone di transito della cocaina proveniente dall’America Latina in rotta verso i mercati europei. I proventi di questi traffici possono quindi costituire una nuova fonte di entrata per i diversi gruppi armati della regione”. E infine “Il finanziamento dello sforzo bellico è riconducibile alle seguenti fonti: trasferimento di beni a favore delle unità combattenti (furti, saccheggi, presa di ostaggi e controllo dei mercati); tasse o tangenti sulla produzione di beni primari e varie forme di commercio illegali (si pensi ai traffici clandestini di diamanti o a quello della droga, vedi il dossier di Fides del 3 agosto 2007); assistenza esterna, come rimesse dei rifugiati all’estero, assistenza diretta dalla diaspora che vive all’estero o aiuti da parte di governi o multinazionali straniere; diversione dell’assistenza umanitaria a favore delle unità combattenti (esercito o guerriglia).”

Se vuoi leggere il post successivo su questo paese vai qui

1. Costa d’Avorio. Una drammatica attualità
2. Costa d’Avorio. Le identità ivoriane
3. Costa d’Avorio. Il miracolo economico finito nel sangue
4. Costa d’Avorio. Evoluzione urbana
5. Cosa sono le nuove guerre?

 

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Foto credit by Jbdodane

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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