L'insegnante nella società-mondo

Cos’è un processo di comprensione creativa?

Quali sono le dinamiche relazionali nell’ambito dei gruppi? In che modo il gruppo si relaziona all’estraneo?

Per scrivere questo post ho attinto a piene mani da un paragrafo del mio libro La scuola delle opportunità.

La parola empatia deriva dal greco empatheia, che si traduce come “sentire dentro”.  E’ un sentimento intensamente interpersonale che viene messo in moto dalla presenza, dall’atteggiamento e dalla voce degli altri, piuttosto che da una valutazione oggettiva. Siamo molto sensibili al flusso di segnali emotivi provenienti dai visi e dalle posture degli altri, a cui facciamo eco. Più li riconosciamo appartenere al nostro gruppo, più la nostra risposta sarà di apertura.
Anche le nostre decisioni morali sono guidate delle emozioni. Abbiamo una bussola interna che ci dice come dovremmo comportarci con gli altri componenti della nostra comunità, con cui siamo in rapporti di stretta interdipendenza, in una rete di relazioni reciproche necessarie; questa relazione di interdipendenza si confronta poi con la componente individualista, in un equilibrio dinamico che può variare a seconda di ciascuno.
Oggi sappiamo che prendere decisioni sul piano morale non attiva la superficie della nostra neocorteccia cerebrale, relativamente nuova nella storia evolutiva dell’uomo, ma aree che testimoniano milioni di anni di evoluzione sociale. Sebbene le neuroscienze siano ancora lontane dall’aver chiarito il funzionamento del cervello umano e quindi, ad esempio, l’esatto funzionamento delle nostre emozioni e la loro storia nell’arco dell’evoluzione, sappiamo che l’emozione della paura, fondamentale per garantire l’autoconservazione della specie, attiva una delle parti più antiche del cervello, l’amigdala.

Ti faccio un esempio che chiarisce molto bene questo concetto, anche perchè probabilmente hai sperimentato una situazione simile personalmente.
Ci troviamo in un bosco, lontano da centri abitati e con la consapevolezza che in questo ambiente naturale vive una specie di serpente velenoso che potrebbe mettere in pericolo la nostra vita. Abbiamo con noi un bastone, perchè sappiamo che le vibrazioni del terreno mettono in fuga l’animale; il bastone accompagna ogni nostro passo. Nonostante questo, se mai dovessimo vedere un movimento repentino di foglie accanto a noi, come reagiremmo? D’istinto, prima ancora di guardare cosa sia stato, faremmo un salto e scapperemmo veloci ad una distanza ritenuta di sicurezza. E poi guarderemmo meglio. E se invece vedessimo in lontananza qualcosa che assomiglia a un serpente? Stesso comportamento. Una volta giunti a quella che riteniamo una distanza di sicurezza inizieremmo ad osservare con attenzione, cercando di cogliere più dettagli possibili; nel caso le informazioni ci allontassero dall’ipotesi “pericolo di vita” allora diminuiremmo progressivamente la nostra distanza, fino a scoprire di cosa si tratta: una folata di vento? Un topolino? Un bastone mosso? Se invece permanesse il dubbio, il nostro avvicinamento sarebbe più cauto, e sicuramente inventeremmo stratagemmi per raccogliere ulteriori informazioni (lancio di un sasso per vedere se l’oggetto non identificato scappa e altre cose simili). Questo comportamento è legato ad una storia ancestrale in cui l’uomo ha dovuto difendersi da continui pericoli celati nell’ambiente naturale in cui ha dovuto sopravvivere.
Ho voluto fare questo esempio perchè nella sua estrema chiarezza ci permette di capire che anche nei confronti di persone esterne al nostro gruppo, pur con le dovute differenze, mettiamo in atto strategie di difesa similari. Le nostre reazioni istintive nei confronti di chi non riconosciamo come appartenente al nostro gruppo sono di distanza/difesa, a prescindere da chi sia. Anche in questo caso, l’acquisizione di informazioni ci consente di valutare in modo razionale la situazione e di decidere i nostri comportamenti, di maggiore o minore apertura.
Studiosi e ricercatori delle più svariate discipline, aree geografiche ed epoche storiche sono concordi nell’affermare che esiste una morale che potremmo definire viscerale; entra in gioco prima della razionalizzazione che ne facciamo per rapportarci alla comunità ed è uno degli elementi che caratterizzano l’essere umano in quanto tale.
Ad essa si associa poi ciò che spesso viene frainteso per morale, cioè una serie di convenzioni culturali che variano con la geografia dei luoghi, originando regole di comportamento talvolta molto lontane fra loro.
La complessità delle nostre reazioni non si esaurisce qui naturalmente, basti pensare al peso che può assumere la memoria delle esperienze vissute come individui o collettività e alle diverse rielaborazioni che possono scaturire nel tempo e nello spazio.
Torniamo ora al concetto di empatia. Se il senso di appartenenza alla comunità e la vicinanza fisica influiscono in modo così incisivo sulla nostra risposta empatica, è facilmente comprensibile quali siano i motivi per cui è molto più facile assumere atteggiamenti accoglienti con Jasmine, vicina di casa con cui instauriamo un rapporto di relazione diretta e quotidiana, piuttosto che con lo straniero che fugge da un paese dove si combatte, si muore di fame o che semplicemente desidera costruire il proprio futuro in un paese diverso dal suo.
Malgrado la terribile storia che queste persone talvolta portano con sé, le nostre risposte saranno più razionali e meno capaci di farci abbassare quelle difese che come individui parte di una comunità alziamo rispetto agli Altri sconosciuti.
Analizzando l’esperienza empatica nell’ambito delle scienze umane, è interessante notare infatti come essa sia un’esperienza possibile quando il contesto dei riferimenti è condiviso. Cosa significa questo? Una cosa molto semplice, che mette in discussione molti atteggiamenti che potremmo definire ipocriti. Se avere un atteggiamento empatico significa infatti mettersi nei panni dell’altro e sentire dentro le sue emozioni, paure, frustrazioni, desideri, aspettative..come posso io mettermi nei panni di una persona che ha, ad esempio, un sistema di riferimenti culturali completamente diverso dal mio? Esperienze di vita totalmente differenti? Stesso discorso vale se io, perfettamente in salute, cerco di mettermi nei panni di un tetraplegico. Posso io capire il suo stato d’animo? Le sue difficoltà? Le sue necessità? Qualcuno potrebbe rispondere che siamo tutti esseri umani, certo, ma non stiamo ragionando in termini filosofici astratti, anche se questo è un ottimo punto di partenza! In una società globalizzata in cui ogni giorno ci confrontiamo con l’Altro, stiamo cercando di capire quali siano gli approcci più corretti affinchè ciascuno possa autodeterminarsi ed esprimere al meglio le proprie potenzialità. Dobbiamo capire come sia possibile inserirci in modo efficace nell’ambito delle dinamiche relazionali umane, non fosse altro perchè con la globalizzazione parlare di comunità chiuse è un ragionamento totalmente fuori dal nostro tempo.
Per rispondere alla nostra domanda mi richiamo ai testi di Bachtin. Egli affermava che in ogni rapporto dialogico, cioè in ogni rapporto con l’altro, dove l’altro abbia un universo di riferimenti non coincidente con il proprio, l’empatia deve assumere un ruolo solo transitorio, senza la presunzione, da parte degli interlocutori, di mettersi in panni che non sono loro. Potremmo dire che l’empatia deve  tradursi in un atteggiamento di apertura verso l’altro, affinchè un altro atteggiamento, definito exotopia, prenda corpo; ma cosa significa? Si tratta di un atteggiamento che accompagna il confronto fra  due persone le cui rispettive cornici culturali non si fondono né confondono, ma si arricchiscono. L’esempio concreto che può darci un’idea precisa del processo di cui si parla non ti sarà nuovo; lo sperimentiamo quotidianamente quando guardiamo. Ciascun occhio ci permette infatti di vedere una porzione di spazio, visioni parziali appartenenti alla stessa categoria, visioni complementari; per analogia potremmo paragonarle ai diversi punti di vista che possono avere due persone che condividono le stesse cornici culturali.
E’ solo grazie ad uno sguardo che utilizzi entrambi gli occhi, invece, che noi percepiamo un’ulteriore informazione sullo spazio che ci circonda, un’informazione che appartiene ad un’altra categoria: la profondità. Prova a fare le scale con un occhio bendato. Non avendo la percezione della profondità sarà difficile misurare la distanza che il piede deve fare per raggiungere lo scalino successivo. E’ in questo senso che possiamo parlare di processi di comprensione CREATIVA. Sono processi, perchè le relazioni con gli altri avvengono nel tempo e sono creativi perchè le relazioni sono caratterizzate da continui incontri/scontri che permettono ad entrambi i partecipanti di confrontarsi, di conoscere meglio l’altro, e attraverso il confronto con l’altro di conoscere meglio se stessi. La conoscenza di se stessi avviene sempre attraverso rapporti dialogici con altri che sono diversi da noi, non dobbiamo avere paura di approfondire. La ricerca della propria interiorità, della propria identità è necessariamente legata alla ricerca dei propri confini, fatto che implica di per sé l’esistenza di un’alterità, e in questo caso di realtà culturali esterne necessarie per la presa di coscienza della nostra specificità.
Il processo è inoltre creativo perchè attraverso il confronto con l’altro possiamo, insieme, acquisire importanti informazioni, dare forma ad un mondo che ci comprenda entrambi e in cui entrambi ci riconosciamo.
Inutile sottolineare, credo, che chi si sente ascoltato e accolto nella sua unicità

– abbassa le difese

– diminuisce l’aggressività

– si apre alla ricerca di soluzioni possibili alternative.

Ho già parlato in questa categoria dell’ascolto attivo. Per avere una visione globale e concreta su questo tema ti consiglio di leggere tutti i post (non sono tanti!) presenti in questa categoria, l’insegnante nella società mondo. Approfondirò in seguito altri temi correlati, fra cui il comportamento spaziale e l’influenza della concezione spaziale sulle nostre dinamiche relazionali.

 

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Foto credit by Anais Rubio-Galvan

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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