L'insegnante nella società-mondo

Come attivare processi di comprensione creativa?

Perchè il docente deve diventare un facilitatore di processi di comprensione creativa? Cosa significa?

Nei sistemi complessi, dove cioè le dinamiche relazionali avvengano fra persone che hanno cornici culturali diverse, anche il modo in cui ci poniamo all’ascolto deve cambiare. Affinchè la comunicazione sia davvero efficace, cioè un reale scambio fra persone che si arricchiscono reciprocamente e che danno il loro contributo per costruire nuovi modi di convivenza, la società interculturale deve far proprie le regole dell’ascolto attivo; in caso contrario continueremo ad andare incontro ad impasse comunicative, con pericolose conseguenze. La storia recente di alcuni popoli, come quello bosniaco, è esemplare per cogliere l’importanza di quanto stiamo affrontando anche se oggi, purtroppo, il fallimento delle dinamiche relazionali nelle società pluriculturali dell’occidente continua a bussare tragicamente alla nostra porta. In una società globalizzata in cui la comunicazione pervade tutto, o quasi, non siamo capaci di ascoltare.
Negli ultimi anni la minaccia Jiadista si sta facendo sempre più complessa. Come ho detto in un altro post, trovo le riflessioni di J.Horgan assolutamente condivisibili. La volontà di appartenere alla comunità dei terroristi è da considerarsi speculare al senso di esclusione sviluppato nelle società occidentali. Qualsiasi insegnante sa bene che la frustrazione genera aggressività, così come sa che il suo primo obiettivo è la creazione del gruppo, del senso di appartenenza. A essere forse meno scontati sono gli strumenti quotidiani a  disposizione per evitare di rendere ancora più complesso un lavoro già di per sè estremamente impegnativo, non fosse altro per le variabili che quotidianamente il docente deve affrontare. Abitiamo in una società interculturale? Dobbiamo attrezzarci con gli strumenti giusti, pena il fallimento, non solo come insegnanti, ma come società. E’ un ruolo di grande responsabilità, e mi rendo conto che gli insegnanti sono spesso abbandonati in prima linea. Però non credo ci siano alternative, anche nell’interesse dello stesso docente, che in qualità di facilitatore di processi creativi migliora la sua stessa qualità di vita scolastica e la capacità di creare un clima armonioso in classe.
Le gratificazioni sono carezze di cui tutti abbiamo bisogno.
Per presentare le caratteristiche dell’ascolto attivo faccio riferimento alla tavola presente nel libro di Sclavi, che consiglio a tutti i docenti di leggere.

Ascolto passivo
1 Statico (Una unica prospettiva giusta)
2 Passivo (rispecchiare la realtà)
3 Soggettivo: no, Oggettivo: sì.
4 In controllo (incidenti di percorso e imbarazzi: negativi)
5 Neutralizzare le emozioni.

Ascolto attivo

1 Dinamico (Una pluralità di prospettive)
2 Attivo (costruzione della realtà)
3 Né soggettivo, né oggettivo (esploratore di mondi possibili )
4 Goffo (incidenti di percorso e imbarazzi: positivi)
5 Centralità delle emozioni

Se hai già letto i post sulle dinamiche relazionali nei sistemi complessi e sulle 8 regole dell’ascolto attivo questa sintesi sarà già molto chiara.

In ogni caso vediamo adesso come possiamo  sperimentare insieme agli studenti il modo più corretto per  relazionarci nell’ambito di una società che vogliamo interculturale e non solo pluriculturale. Cosa significa dire che l’insegnante, in una società interculturale, deve essere un facilitatore di processi creativi? Credo che un esempio possa aiutarti a  comprendere meglio come puoi fornire  agli studenti gli strumenti giusti  e insegnare loro ad utilizzarli nella prassi quotidiana: questo è  il primo passo per instaurare un clima sereno nel gruppo classe! Ciò vale sia per svolgere le attività didattiche curricolari, offrendo a ciascuno studente la possibilità di apprendere al meglio, sia per affrontare creativamente le infinite variabili che giornalmente rischiano, altrimenti, di minare il percorso dei singoli e, di conseguenza, del gruppo. Ho elaborato e sperimentato questo laboratorio per studenti dai 7 ai 12 anni. Il fatto che sia stato concepito per studenti abbastanza giovani non lo rende inadatto per studenti della secondaria superiore. Si tratta semmai di calibrarlo per le diverse fasce d’età, adeguando il tema agli interessi degli studenti. In ogni caso, a titolo di esempio, puoi guardare l’attività Facciamo finta che.
E’ nell’ambito di questa attività che è accaduto quanto sto per raccontare.  Avevo preso accordi con una maestra molto attenta, la cui classe era composta da una maggioranza di studenti con origini straniere diverse, per lo più nati in Italia, alcuni arrivati nel corso degli anni da altri paesi. Una situazione di partenza difficile, in cui le insegnanti avevano impiegato risorse ed energie, sin dalla prima elementare, per creare un gruppo coeso, con bambini autonomi e responsabili. Quando i docenti  lavorano in questa direzione si percepisce subito un clima diverso!
Al momento del nostro primo incontro i bambini erano all’inizio della quarta elementare. Ero stata chiamata per scoprire e riflettere sulle premesse implicite. Il gioco è improntato sulle regole dell’ascolto attivo e presuppone da parte degli adulti presenti un atteggiamento di interesse rispetto a ciò che viene comunicato dagli studenti, qualsiasi siano le informazioni fornite, che saranno anzi oggetto di approfondimenti. Il comportamento degli adulti sarà seguito anche dai più giovani, che si parli di mangiare dal piatto comune usando le mani o che si descriva un abito tradizionale.
I bambini partecipavano con entusiasmo e al termine delle due ore non solo avevano scoperto molte cose interessanti sui loro compagni, ma si erano anche divertiti, fatto di non secondaria importanza! Un bambino in particolare si era dimostrato estremamente attivo nel gioco, con grande sorpresa delle insegnanti. Ho scoperto al termine della lezione che questo studente, di origini albanesi, aveva sino a quel momento avuto un atteggiamento estremamente reticente nei confronti della vita del gruppo classe, autoescludendosi dalle conversazioni e dai giochi e arrivando a tacere alla famiglia l’esistenza di alcuni eventi organizzati appositamente dalle maestre per coinvolgere i genitori nella vita scolastica dei figli. Le insegnanti avevano colto questo atteggiamento e avevano intuito che vi fosse alla base un sentimento di vergogna, legato a una profonda carenza di autostima e alla convinzione di non essere adeguato; ciò avveniva anche a causa del padre, un Malisori che nei vestiti, nel taglio di capelli e nel modo di porsi comunicava subito la sua diversità anche ai compagni di classe con le stesse origini, ma provenienti da altre aree geografiche del paese. Non lo vedevano di buon occhio. Lo studente era rimasto sempre silenzioso davanti alle sollecitazioni delle maestre. Vi era d’altro canto il timore di affrontare in modo incauto argomenti sensibili che potevano essere ulteriore motivo di disagio per lo studente. Grazie all’impegno quotidiano profuso delle insegnanti nei tre anni precedenti, è stato sufficiente un gioco di due ore per scardinare le dinamiche difensive dello studente, che da quel giorno ha iniziato ad esprimere liberamente le proprie emozioni e opinioni, divenendo un membro molto attivo del gruppo classe. La sua diversità non era più motivo di vergogna ma di orgoglio. Una delle notizie più gratificanti che ho ricevuto nell’arco di questi anni di ricerca-azione è stata quella comunicatami dalla sua insegnante al termine della quinta elementare. Il bambino si trasferiva e nella nuova scuola sarebbero stati tutti estranei per lui. Alla domanda se avesse un po’ di paura all’idea di andare in una scuola con nuovi insegnanti e nuovi compagni di classe il bambino ha risposto che no, non aveva paura perche aveva capito che anche lui aveva qualcosa di interessante da dire…
L’interesse stimolato nei compagni di classe per la sua cultura e, nell’ambito della sua cultura, condivisa da alcuni di loro, per le caratteristiche specifiche di quella montanara, lo hanno fatto sentire degno di interesse, portatore di una cultura che solo lui, in quel contesto, poteva testimoniare. I miei obiettivi di fondo, affinchè il gioco avesse rilevanza, erano sostanzialmente due: creare un clima di serena allegria e stimolare in tutto il gruppo classe un desiderio di scoperta scevro da pregiudizi. Ogni informazione “strana” veniva accolta con stupore, e con tante domande di approfondimento, a volte con allegre risate, mai di derisione. Come ben saprai, anzi, ridere insieme a qualcuno e non di qualcuno è un fatto catartico che accomuna. Il clima di grande rispetto per le informazioni comunicate dagli studenti ha liberato il bambino dalla paura dell’imbarazzo, permettendogli finalmente di esprimersi. Questo esempio testimonia come l’ascolto attivo e le attività interculturali agiscano in modo trasversale, coinvolgendo gli studenti nella totalità della loro persona e influendo quindi sull’autostima e sull’immagine che hanno di se stessi. La costruzione della nostra identità è un processo che non si arresta mai. Gli studenti che debbano confrontarsi con cornici culturali diverse rischiano di essere intrappolati in due atteggiamenti che sono le facce della stessa medaglia, come osservava Fanon. Da un lato l’atteggiamento assimilazionista -voglio essere accettato da te quindi divento come te-, dall’altro la solitudine orgogliosa -si, sono diverso da te ma non sei tu che mi escludi, sono io che mi autoescludo, o che ti escludo-. La negazione della propria diversa complessità e l’autoesclusione dal gruppo dominante sono due strade che non conducono alla piena realizzazione del sè, con inevitabili conseguenze sia per i singoli sia per la società in cui vivono. Frustrazione e compressione, solitudine e rancore sono stati d’animo che possono avere conseguenze pericolose.

IN SINTESI

– Nella società interculturale occorre imparare ad ascoltare attivamente

– L’insegnante deve essere un facilitatore di processi creativi

– Imparare l’ascolto attivo stimola l’autostima, aiuta a conoscersi meglio e senza pre-giudizi, favorisce dinamiche relazionali positive nell’ambito del gruppo classe, sollecita gli studenti ad esprimersi al meglio delle loro postenzialità.

 

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Foto credit by Luigi Piazzi

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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