A tutto campo! L'insegnante nella società-mondo

…altrimenti ti rimando da dove sei venuta!

tunnel nel cielo

L’altro giorno stavo chiacchierando al telefono con una mia carissima amica quando, parlando del più e del meno, mi accenna un fatto accaduto con una sua collega. La mia amica, che è di origini straniere, è un insegnante di ruolo della scuola italiana, dopo una brillante carriera universitaria, master incluso, svolta interamente nel nostro paese. Essendo arrivata qui a 18 anni, ad oggi ha trascorso più anni in Italia che nel suo paese d’origine. Persona estremamente intelligente e amante dello studio, parla un italiano ricercato e fluente; è simpatica e, cosa che non guasta, bella. Nel confronto con gli altri, un po’ per carattere e un po’ per essere stata straniera in terra straniera, ha un atteggiamento di apertura e una sensibilità davvero apprezzabili. L’ascolto attivo una prassi quotidiana. Ebbene, non di rado, nella sua esperienza scolastica, le è capitato di confrontarsi con persone diffidenti a cui ha dovuto dimostrare di essere all’altezza della situazione. Essere professionali è sempre la miglior risposta, ma con i colleghi più stimati a volte si sente la necessità di sottolineare con il sorriso sbavature involontarie. Come la battuta scherzosa che ha dato il titolo a questo post. Sebbene detta senza alcuna volontà malevola, è una frase che ricorda al mittente la sua diversità, che rimanda all’idea di una condizione precaria rispetto a quell’appartenenza che abbiamo visto essere fondamentale per la percezione di benessere. Un adulto, dotato di autostima e di strumenti adeguati, rileva la défaillance, se ne dispiace, quando lo ritiene opportuno ne parla apertamente e prosegue senza inciampi. Ma cosa accade nella psicologia di un ragazzo? Di un bambino? Questo episodio mi ha fatto ricordare un altro fatto, accaduto negli anni ’90. Mi ero recata in un centro vicino casa perchè avevo bisogno di parlare con una persona albanese a proposito di una colonna sonora per un cortometraggio. Si trattava di un racconto collocato nell’ambito della diaspora albanese, che in quegli anni vedeva molti di loro attraversare l’Adriatico sui gommoni, alla ricerca di una vita migliore in Italia. Il ragazzo a cui mi ero rivolta era stato estremamente gentile e mi aveva procurato il materiale. Dopo un paio di settimane lo avevo incontro sull’autobus e non mi aveva salutata. Eppure doveva avermi vista per forza, non eravamo in molti..mi ero avvicinata a lui pensando che non mi avesse riconosciuta, ma alla mia domanda aveva risposto che si, mi aveva riconosciuta, ma pensava che non volessi essere salutata. Allibita, avevo chiesto perchè pensasse una cosa simile. La risposta era stata semplice: perchè lui era albanese; come se, fra l’altro, lo avesse scritto in fronte.. Ti ricordi il clima che si respirava allora in Italia? Ricordi la nomea degli albanesi? Solo per dare un’idea, cito l’efferato omicidio di Novi ligure, quando Erika, per sviare le indagini, disse che gli assassini erano stranieri e riconobbe un ragazzo albanese come responsabile. Per fortuna aveva un alibi di ferro!
Ancora oggi, che dal mare arrivano maliani, siriani, ecc.., accade in classe che i ragazzini si rivolgano al compagno di origini straniere con la domanda “Ma sei venuto con i barconi?” Anche se lo studente è rumeno, e per  ragioni geografiche il tema del mare sia poco pertinente, anche se è nato in Italia e frequenta le loro stesse scuole dai tempi dell’asilo. Non credo sia necessario spiegare la catena semantica che si cela in questa frase, sebbene, a dir la verità, i rimandi dovrebbero essere ben altri.. E allora, è una frase meschina detta con la consapevolezza di ferire oppure la ripetizione di un frasario familiare/sociale ormai codificato? Qual è la risposta emotiva dello studente a cui si rivolge? Quali sono le responsabilità della famiglia? E dei docenti? La prima cosa che mi viene in mente è quel maledetto sguardo altrui che può inchiodare chi lo subisce nella prigione di un immaginario in cui si percepisce come gli altri lo vedono. Da piccoli mancano gli strumenti per elaborare una percezione del sè corrispondente; crescendo, spesso manca l’autostima sufficiente per mettere in discussione quell’immagine distorta di sè. La seconda cosa a cui penso sono le riflessioni di Fanon a proposito delle due possibili reazioni, antitetiche ma dolorosamente uguali, che vedono il diverso alla strenua ricerca dell’assimilazione o dell’autoesclusione e/o dello scontro. Sono certa che ti sono venuti in mente alcuni esempi, non necessariamente legati a una diversità di origini culturali. Ecco perchè credo sia fondamentale la responsabilità degli adulti, e nello specifico degli insegnanti, per svelare il restropensiero di certe frasi, per bloccare sul nascere dinamiche infelici in cui ciascuno di noi dovrebbe sentirsi chiamato in causa.
Non c’è bisogno di essere stranieri per essere al centro di determinate dinamiche. Quando all’età di 7 anni ci trasferimmo da Urbino a Piacenza, io ho scoperto di essere terrona. Avendo la madre piacentina, e genitori che mi hanno sempre fornito determinati strumenti di analisi, percepivo questo appellativo con un misto di dispiacere e stupore. Ero consapevole che quell’appellativo, quando veniva usato come insulto, fosse sinonimo di ignoranza e ristrettezza di vedute. Non ricordo di aver mai provato il sentimento dell’offesa, semmai la sensazione, perdurata in tutti gli anni piacentini, di essere sempre percepita dal gruppo come quella diversa. Cosa, fra l’altro, che si è mantenuta anche dopo il mio ritorno a Urbino..perchè in quel caso le azioni non comprese o non apprezzate venivano chiosate con un allusivo “Lei è del nord..” Forse sarà anche per questo motivo che ho sempre coltivato amicizie esclusive e guardato con sospetto le grandi compagnie. Poco omologata, io, lo ero davvero, ma quasi nulla aveva a che fare con la mia provenienza! Un fattore credo abbia sempre giocato a mio favore: andavo bene a scuola. Questo aiuta.. Ricordo però un compagno di classe delle elementari con un forte accento meridionale. Il suo talento per la matematica non era sufficiente a bilanciare quella parlata così marcata. Non credo sia passato giorno senza che gli venisse ricordata la sua diversità. Non una parola da parte dei docenti. Essere bravi a scuola è una risorsa che può “salvare” da attacchi ingiustificati e, per qualcuno, insostenibili; è uno strumento che garantisce il riconoscimento dei docenti e quindi, di solito, un certo rispetto da parte dei compagni di classe. Se non da parte di tutti, almeno da qualcuno, e questo è sufficiente per sentirsi accettati e per instaurare rapporti di amicizia. Non mi risulta però che tutte le persone che vivono determinate difficoltà vadano bene a scuola. Anzi, maggiori sono le problematiche che si devono gestire da piccoli, maggiore è la possibilità che restino imprigionate nel loro guscio e che diano origine a dinamiche difensive e di chiusura.

Questa è una sfida che il docente deve poter e saper cogliere.

Se poi sono gli stessi docenti a cadere nella trappola dei loro pregiudizi, i danni sono maggiori. Anche quando si tratti di frasi infelici ripetute con superficialità; come l’insegnante di italiano che scimiottava l’accento meridionale di una sua alunna appena trasferita. La ragazzina, nel giro di un anno scolastico, è passata dall’avere voti ottimi al 4, manifestando un tracollo psicologico che ha messo in allarme la madre, ma non l’insegnante..Solo dopo un colloquio chiarificatore la situazione si è risolta. Come dicevo all’inizio, non possiamo mai sapere come reagirà un giovane individuo; quello che scivola su una persona può colpire duramente l’autostima di un’altra. Nell’incertezza delle dinamiche relazionali, nell’imprevedibilità delle situazioni poste in essere dai sistemi complessi, l’ascolto attivo può essere uno strumento efficace per  ri-conoscerci, nessuno escluso.

 

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Foto credit by Erwin Morales  

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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