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Movimento della Negritude. Brani scelti

Essendo innanzitutto un movimento di scrittori e di intellettuali, le loro opere ci aiutano a scoprirne lo spirito. Quello che colpisce è la predominanza di un genere: la poesia.

Il negro è un nuovo Cristo. “Il nero cosciente di sé si presenta ai propri occhi come l’uomo che ha preso su di sé tutto il dolore umano e che soffre per tutti, anche per il bianco” (Jean Paul Sartre). Quello che dice un poema di Bernard Dadié è diventato emblematico:

Vi ringrazio il mio Dio, di avermi creato Nero,
di aver fatto di me
la somma di tutti i dolori,
messo sulla mia testa,
il mondo.
Ho la livrea del Centauro
E porto il mondo dal primo mattino.
La Ronda dei giorni, ediz. Seghers.

Il romanziere Camara Laye, risuscitando ne L’enfant noir (1953) la sua infanzia felice in un villaggio dell’alta Guinea, rivela il grande segreto dell’Africa: il senso dell’armonia cosmica, la comunicazione mantenuta tra gli uomini e la natura, i vivi e i morti. È la lezione anche di un poema di Birago Diop, già presente nell’Antologia di Senghor:

[…]
quelli che sono morti non sono mai andati,
sono nel seno della donna,
sono nel bambino che vaga
e nel tizzone che si infiamma.
I morti non sono sotto la terra:
sono nel fuoco che si spegne,
sono nelle erbe che piangono,
sono nella roccia che geme,
sono nella foresta, sono nella dimora:
I morti non sono mai andati.
Ascolta più spesso
le cose che gli esseri.
La voce del fuoco si sente,
ascolta la voce dell’acqua,
ascolta nel vento
i cespugli in singhiozzi.
È il respiro degli antenati.

Ma rivivere sempre lo stesso calvario può diventare estenuante. Quando il dolore diventa intollerabile, la negritudine si fa rivolta e violenza, rifiuto dell’Occidente e dei suoi valori. Sono soprattutto i poeti delle Antille, Aimé Césaire in testa, a celebrare in alcune poesie la violenza liberatrice.
Di seguito alcune poesie di Senghor e brani tratti dal Diario di Césaire, dove emerge con potenza il ruolo determinante dei luoghi nel rappresentare o meno la propria appartenenza. Come sappiamo bene è un gioco di rimandi in cui l’insegnante può inserire attività creative che aiutino gli studenti, tutti, a ricomporre le catene semantiche per dare forma a territori, città, luoghi, e quindi comunità in cui tutti possano riconoscersi, a cui tutti sentano di appartenere.

E’ domenica.
Ho paura della folla dei miei simili dai visi di pietra.
Dalla mia torre di vetro abitata dalle emicranie, dagli
Avi irrequieti
contemplo tetti e colline nella bruma
nel silenzio –i comignoli sono severi e spogli
Ai loro piedi dormono i miei morti, tutti i miei sogni
divenuti polvere
tutti i miei sogni, il sangue inutile sparso nelle strade
mischiato al sangue di macellerie.
(Senghor, In memoriam, da Canti d’ombra)

Alla fine dell’alba, ricche di anse fragili, le Antille che hanno fame, le Antille butterate dal vaiolo, le Antille distrutte dall’alcool, naufragate nel fango di questa baia, sinistramente naufragate nella polvere di questa città.
Alla fine dell’alba questa città piatta – sparpagliata, che inciampa nel buon senso, inerte, trafelata sotto il fardello geometrico di una croce che si rinnova in eterno, non docile col proprio destino, muta, in ogni caso indispettita, incapace di crescere in armonia con questa terra, impacciata, castrata, vanificata, in contrasto con la fauna e con la flora.

Alla fine dell’alba questa città piatta – sparpagliata….

E in questa città inerte una folla chiassosa, che sorprendentemente non coglie il proprio grido come questa città non coglie il proprio movimento, non coglie il proprio vero grido, il solo che tutti vorrebbero udire gridare perché solo lui è sentito come proprio; perché si sente che abita in lei in qualche rifugio profondo dell’ombra e dell’orgoglio, in questa città inerte una folla che non coglie il proprio grido di fame, di miseria, di rivolta, di odio, una folla stranamente ciarliera e muta.

In questa città inerte una strana folla che non s’ammucchia, che non si confonde, abile nello scoprire il punto di disincastro, di fuga, di defezione. Una folla che non sa farsi folla, una folla, è facile capirlo, perfettamente sola sotto il sole, allo stesso modo con cui una donna, in una sorta di perfetta cadenza lirica, interpella improvvisamente una pioggia ipotetica e le impartisce l’ordine di non cadere; oppure come un rapido segno di croce senza un motivo evidente; oppure come l’animalità improvvisamente grave di una contadina che piscia in piedi, con le gambe divaricate, rigide.

In questa città inerte una folla desolata sotto il sole, una folla che non reagisce a nulla di quanto si manifesta, si svela e si libera alla luce del sole in questa terra sua.

Alla fine dell’alba una piccola casa maleodorante in una via strettissima, una casa minuscola che ospita nelle proprie viscere di legno marcio decine di topi e la vivacità dei miei fratelli e delle mie sorelle, una piccola casa crudele la cui intransigenza sconvolge la fine di ogni mese, e mio padre lunatico, rosicchiato da un’unica miseria, non ho mai saputo quale, che un’imprevedibile stregoneria sopisce con una malinconica tenerezza oppure esalta con grandi fiammate di collera; e mia madre le cui gambe pedalano per la nostra fame instancabile, pedalano di giorno, di notte, vengo persino svegliato la notte da queste gambe instancabili che pedalano di notte e dal morso aspro nella carne molle della notte di una macchina da cucire su cui mia madre pedala, pedala per la nostra fame e di giorno e di notte.
(Césaire, Diario)

Per tutta la giornata sulle lunghe strette rotaie
-volontà di ferro sul languore delle sabbie-
attraverso la siccità di Cayor e Baol dove si torcono le braccia
i baobab dall’angoscia
per tutta la giornata lungo l’intera linea
delle stazioncine tutte eguali cinguettanti di negrette
all’uscita della scuola e dell’uccelliera
per tutta la giornata sballottato sulle panche
d’un treno sferragliante polveroso e ansimante
vado cercando l’oblio dell’Europa nel cuore agreste del Sine.
(Senghor, Per tutta la giornata in Canti d’ombra)

E per finire una brano della magnifica e tragica poesia di Senghor, sul tema della lingua e dell’identità ad essa legata, per ricordare quello che Bataille definisce l’olocausto della parola.

Questo cuore ossessivo che non corrisponde
alla mia lingua, o ai miei costumi
e sul quale mordono, come un uncino
sentimenti imprestati e costumi
d’Europa, sentitela questa pena
E questa disperazione a null’altra eguale
d’ammansire con parole di Francia
questo cuore che m’è venuto dal Senegal

Poesia pubblicata sulla famosa Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache

Infine, ti suggerisco questo documento, in cui troverai una prima parte introduttiva e numerosi brani tratti da opere di Senghor e Césaire.

Aiutami ad arricchire questo post con il tuo  contributo!

 

 Foto credit by Massmo Relsig

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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