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Il movimento della Negritudine

Perchè parlare di questo movimento può rivelarsi uno stratagemma per scardinare dinamiche aggressive e/o autolesioniste, opprimenti e dolorose? In che modo? Cosa diceva agli africani? E agli europei?

Prima di entrare nel merito dell’argomento vorrei fare una riflessione forse oggi banale. Dal momento però che è stata, e probabilmente nella società globale è ancora oggi, portatrice di disastri identitari assai dolorosi, non mi asterrò.
Per quale motivo, in un continente dove, con sfumature più o meno grandi, sono tutti neri, la popolazione dovrebbe vedersi nera?
Se il dominatore è bianco e impone, attraverso più strumenti, la sua percezione della realtà, ne consegue che popolazioni dominate con ferrea determinazione finiranno per guardarsi con gli occhi di chi sta al potere. La tribalizzazione delle società africane e la crisi identitaria che attraversa quasi tutti i popoli di questo continente (in questo sito, sull’argomento, puoi leggere il post sulla Costa d’Avorio), possono essere spiegate, con tutte le varianti possibili e le loro complesse relazioni, grazie a quello che Ricoer  chiama lo spossessamento da parte di terzi della nostra capacità di narrarci, di raccontarci, di rappresentarci. Sebbene, come abbiamo visto, la percezione del sè avvenga attraverso il confronto con l’altro, quando ci raccontiamo esclusivamente con gli occhi degli altri qualcosa non va…
Se sei un insegnante non ti sto dicendo nulla di nuovo! Lo studente che si sentirà continuamente sminuito in famiglia avrà maggiori problemi di autostima e crescerà con grandi insicurezze; quando le vessazioni psicologiche sono maggiori rispetto alle gratificazioni o alle capacità di gestione del giovane, a forza di sentirsi dare dell’idiota..da tale si comporterà. L’esperienza nella scuola, purtroppo, è piena di esempi di questo tipo.
Ecco, il movimento della Negritudine può aiutarti ad avere uno strumento di lettura in più, e quindi può essere fonte di ispirazione per attività didattiche o discussioni funzionali allo scardinamento di alcuni automatismi del pensiero.  Spingere uno studente a riflettere in modo diretto su temi che lo affliggono così profondamente  può essere non solo difficile, ma anche controproducente. Approfittare di un argomento “scolastico” può rivelarsi una strategia vincente! Te lo ganrantisco. Questo ragionamento vale a prescindere dalle origini culturali degli studenti. Nel caso specifico di studenti con origini africane, e con studenti i cui caratteri somatici siano fortemente riconoscibili ed associabili ad una storia di sottomissione o di interpretazioni negative da parte della società in cui abitano, occorre tenere bene a mente un ulteriore considerazione; se da un lato, quando mi distinguo dalla maggioranza, è naturale che io mi senta diverso, è anche vero che in questi casi non possiamo dimenticare un fatto sostanziale: le catene di significati che si celano dietro queste (apparentemente) banali constatazioni di diversità  (es. il ragazzo nero) potrebbero in realtà essere pesanti fardelli. Il carico di memoria che gli studenti sostengono inconsapevolmente potrebbe incidere non poco nelle dinamiche di relazione che mettono in atto, autocensurando la piena espressione del sè e/o alimentando pre-giudizi nei confronti degli altri; pre-giudizi che minano la spontaneità dei rapporti e il senso di appartenenza al gruppo.
So bene che questo tema merita ben altro spazio. Mi riservo in futuro di approfondirlo anche attraverso le mie esperienze didattiche. Per ora ti posso consigliare di leggere i post su Diop e Fanon. Un libro fondamentale per la mia formazione in tal senso è stato poi indubbiamente quello di Ricoeur, La memoria, la storia e l’oblio. Se sei amante della filosofia te lo consiglio vivamente. Alcuni capitoli non sono di semplice comprensione per chi è a digiuno, ma nel complesso è un libro che si fa comunque amare.

Fatte queste premesse, vediamo ora che cosa sia stato il movimento della  Negritudine e diciamo subito che la nascita di questo concetto e della rivista Présence Africaine, che apparve nel 1947 contemporaneamente a Dakar e Parigi, ebbe l’effetto di una deflagrazione: essa, infatti, riuniva i Neri d’ogni nazione, così come alcuni intellettuali francesi, tra i quali Sartre. Quest’ultimo definì allora la Négritude come “la negazione della negazione dell’uomo nero”.
La parola “négritude” fu creata alla fine degli anni 30 nei dibattiti degli intellettuali africani a Parigi e divenne dirompente grazie al poeta Antillano Aimé Césaire. Nel 1934, infatti, Césaire aveva fondato la rivista «L’étudiant Noir», divenuta quasi subito il punto di riferimento per tutti gli studenti neri della capitale francese, che riscoprivano insieme al poeta i valori spirituali, artistici e filosofici dei neri dell’ Africa e di tutti i territori colonizzati dall’uomo europeo.
Il concetto di negritudine superò ben presto il dato biologico e abbracciò le forme storiche della condizione umana sofferente, suggerendo, insieme, un forte spirito di riscossa e di rivolta.

La “négritude” segnò la prima grande rottura con l’Africa coloniale, ed è l’Antologia di Senghor, pubblicata nel 1948, a costituire l’atto di nascita di una letteratura. La “négritude”, ripresa ed esplicitata da Senghor e Sartre, illustrata dai poeti, è innanzitutto una parola, precisa Senghor: “ un mot de passe ”, vuol dire un segno di riconoscimento, una formula che apre una via libera ai “negri nuovi”, una parola dalla quale si rivendica l’appartenenza a una comunità in lutto. Ancora oggi ho conosciuto uomini senegalesi che si dichiarano orgogliosamente negri, e non neri. Certo, fra ipocrisia politically correct, razzismo, orgoglio africano e ignoranz…a può diventare difficile non essere offensivi. La cosa migliore sarebbe, credo, adottare per gli altri lo stesso atteggiamento che abbiamo per i nostri vicini, che sono emiliani, inglesi, scozzesi, spagnoli, baschi, …
Per intenderci allora, nel corso di questo post, quando uso la parola neri mi riferisco a tutti gli africani e ai discendenti degli schiavi trapiantati nelle Americhe e in Europa.
“La négritude è l’insieme dei valori – economici e politici, intellettuali e morali, artistici e sociali – non solo dei popoli dell’Africa nera, ma anche delle minoranze nere delle Americhe’’, spiegava il poeta-presidente del Senegal. ‘’Ora, i militanti della negritudine assumono questi valori, li fecondano anche con apporti esterni, per viverli in prima persona, dando così il loro contributo di negri nuovi alla civiltà dell’Universale’’, aggiungeva. ‘’L’emozione è negra, la ragione è ellena’’. Quest’ultima frase suscitò risposte critiche significative da parte di molti intellettuali africani. Uno su tutti, per la profondità delle argomentazioni, fu Cheikh Anta Diop.
Celebre fu anche, e male interpretata – la battuta del premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka: ‘’La tigre non proclama la sua tigritudine, balza sulla preda’’.
Il concetto stesso di negritudine è stato criticato soprattutto da autori africani (o creoli), che l’hanno denunciata come forma celata di razzismo o di resa nei confronti della mentalità del colonialismo. Oggi c’è ancora chi polemizza, soprattutto tra i più accesi afrocentristi, che non sembrano però porsi in una prospettiva storica.  Sembra però allargarsi, nel complesso, il consenso sul ruolo unico che Senghor ha avuto nella crescita dell’autocoscienza di milioni di neri, e anche nel rendere più sensibili alla dignità africana (e alle proprie responsabilità) milioni di europei.
Se oggi la negritudine non appare più come elemento che fa convergere le energie intellettuali africane, il suo ruolo storico rimane incontestabile. In primo luogo perché ha compiuto la missione che si era fissata: segnare, nella ricomposizione della vita culturale dopo la Seconda Guerra mondiale, una presenza africana propositiva.
Nel 1947 nacque la rivista che ha un titolo-programma: “Présence Africaine”. La rivista doveva durare e dare la nascita, sotto lo stesso nome, alla prima casa editrice consacrata al mondo negro-africano. Grazie ad essa gli intellettuali africani poterono radunare due importanti congressi degli scrittori e artisti neri, a Parigi, alla Sorbona (luogo simbolico), nel 1956, e a Roma, nel 1959. Questi incontri venuti dall’Africa, dall’America e da tutti i luoghi del “mondo nero”, veri “stati generali” degli uomini di cultura neri, segnarono, con il primo Festival mondiale delle Arti Negre di Dakar, nel 1966, l’apice del movimento suscitato dalla negritudine.
Per Césaire, questa parola designava in primo luogo il rifiuto: rifiuto dell’assimilazione culturale; rifiuto di una certa immagine del nero pacifico, incapace di costruire una civiltà. «Ho una diversa idea di universale. Si tratta di un universale ricco di tutto quello che è particolare, ricco di tutti i particolari che ci sono, l’approfondimento di ogni particolare, la coesistenza di tutti loro». Così scriveva Cesaire nel suo ultimo libro, edito anche in lingua italiana (Negro sono e negro resterò, Città Aperta, 2006), quasi a ribadire il senso generale di una negritudine che riguarda l’intero genere umano e non solo le popolazioni nere. La sua vena ribelle si rivolse fin da subito contro il colonialismo; «la conquista coloniale fondata sul disprezzo dell’uomo indigeno e giustificata da questo disprezzo», aveva scritto, «tende inevitabilmente a modificare colui che la intraprende», cosicché anche il colonizzatore che si abitua a vedere nell’ altro una bestia, si trasformerà a sua volta in un orrendo animale.

Per cogliere meglio il senso di ciò che ho scritto, ti consiglio un post con una sintetica scelta di brani…giusto per darti un’idea e farti magari venire la curiosità di cercare altro.

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Foto credit by Massmo Relsig

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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