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Africa. Cheikh Anta Diop. Chi ne ha sentito parlare?

Pochi temo, sebbene sia stato uno dei più grandi studiosi e intellettuali del XX secolo. In italiano non è mai stato tradotto, eppure questo uomo ha segnato profondamente, con le sue ricerche, le sue scoperte e le sue riflessioni, il processo di riappropriazione del racconto identitario del continente africano, un processo che ancora oggi deve fare i conti non solo con la storia, ma anche con una storiografia ancora parziale.
Ovviamente questa breve presentazione deve considerarsi solo un invito alla lettura.
Cheikh Anta Diop, filosofo, antropologo, storico, scienziato e politico senegalese morto nel 1986, è considerato uno degli storici africani più importanti del XX secolo e uno scienziato razionalista di primo piano. ”L’opera di Cheikh Anta Diop – scrive Jean Marc Ela nella biografia intitolata Cheikh Anta Diop et l’honneur de penser – appare come un lungo dibattito sul problema dell’Africa nello sguardo dell’Occidente”.
In effetti Diop appartiene a quella generazione di africani che rifiutarono di credere nel mito dell’Europa e dell’Occidente. Egli fu la coscienza scientifica, critica e storica dell’Africa nera; alla coppia tradizione-modernità, che permane ancora oggi, Diop sostituì quella di cultura-storia. L’origine nera dell’umanità e della civiltà umana fu il centro di gravità di tutto il suo lavoro scientifico, e il libro Nations nègres et culture ne fu l’espressione più felice. Egli dimostrò l’origine negroide della Civiltà egizia, sebbene alcuni accademici occidentali non accettino tutt’ora la totalità delle sue tesi; si veda al proposito il saggio Dibattito sull’Afrocentrismo di L. Asta.
Anta Diop è maestro di conferenze all’Università di Dakar, che porta oggi il suo nome, e direttore del primo laboratorio africano di datazione dei fossili archeologici al radio carbonio. Nel 1974 l’UNESCO si avvale di Diop per scrivere il capitolo sulle origini degli antichi egizi nella UNESCO General History of Africa, e ancora oggi archeologi e scienziati proseguono le ricerche iniziate grazie alle sue scoperte. Potete ascoltare alcuni suoi interventi, in francese, sul suo sito, dove potete anche scaricare alcuni documenti.

Cheikh Anta Diop si forma, negli anni del dopoguerra, presso l’Ateneo parigino, dove resta profondamente influenzato da Gaston Bachelard, docente di filosofia delle scienza. Laureato in filosofia, inizia i suoi lavori di ricerca linguistica sul wolof e il serere (lingue nazionali del Senegal) e studia le tradizioni orali senegalesi. Nel 1948 pubblica, presso la casa editrice “Présence Africaine” -punto di riferimento sia per il movimento della negritudine che per il panafricanismo francofono-, i suoi lavori sull’origine della lingua wolof.
Legge con passione i testi di Césaire, lo scrittore della Martinique che denuncia il colonialismo e valorizza le identità negre. Si propone allora di fondare le “umanità africane”, partendo dall’Egitto antico.
Il lavoro di ricerca, iniziato con la sua tesi di dottorato a Parigi, “L’Egitto antico: una cultura e civilità nera” incontra la replica di Gaston Bachelard e di tanti altri, che contestano questo punto di vista scientifico e fanno sobbalzare Cheikh A. Diop nel cuore di una polemica di grande apertura accademica. La sua tesi viene rifiutata dalla comunità scientifica per ben nove anni, durante i quali Diop continua a produrre materiale per dare credito alle sue argomentazioni, richiamandosi a diverse discipline (sociologia, linguistica, archeologia, paleontologia, fisica, ecc.). Riesce a convincere i suoi interlocutori solo nel 1960, anno in cui consegue il dottorato. Attraverso la tesi dell’origine nera dell’Egitto antico egli afferma l’origine nera del pensiero scientifico, e contraddice con forza sia una certa etnologia europea sia il movimento stesso della negritudine, che tendeva ad identificare l’identità nera con l’irrazionalità e la non modernità. Con nazioni negre e cultura  Cheikh Anta Diop propone un’altra scrittura della storia, fuori dagli schemi coloniali e neocoloniali, e dimostra quello che l’umanità doveva all’Africa nera. Scrive infatti: ”Il negro deve essere capace di riappropriarsi della continuità del suo passato storico, di trarre da questo il beneficio morale necessario per riconquistare il suo posto nel mondo civilizzato”. Il suo lavoro scientifico-storico ed antropologico doveva rendere agli africani la loro storia, confiscata dai colonizzatori europei; si trattava di un atto politico di presa di coscienza e di liberazione dallo sguardo e dai miti dell’oppressore. Cheikh Anta Diop condivideva il punto di vista di Franz Fanon sulla necessità di liberarsi, come africano, dello sguardo del colonizzatore bianco che aveva interiorizzato. Solo la presa di coscienza attraverso la riscoperta della propria storia poteva creare le condizioni di un rapporto diverso con gli europei. Forse il successo più grande di Diop, rispetto a questo punto, è aver visto riconosciuto da tutti il concetto basilare di continuità nell’area geografica della valle del Nilo, disegnando, nel contesto locale ed africano, l’immagine nuova di una popolazione stabile e antica che deriva la propria cultura e la propria eredità storica, insieme a buona parte del corredo genetico, da quel contesto; ciò in contraddizione con l’idea fino ad allora condivisa che l’unica civiltà africana antica riconosciuta come riferimento per l’occidente non appartenesse a quel contesto, ma avesse origini caucasiche.
Molti altri sono i temi affrontati da Diop, diversi ma connessi alla convinzione che l’africano debba riappropriarsi di uno sguardo proprio e di propri obiettivi. Si pone ad esempio il problema della decolonizzazione attraverso un approccio pedagogico nuovo, rispettoso dei sistemi linguistici culturali africani. La sua posizione è interessante perché non nega l’utilità e la ricchezza di continuare ad usare il francese, ma nota la difficoltà, e anche la sofferenza, per molti bambini africani di essere scolarizzati (si legga la poesia di Senghor) in un lingua diversa dalla lingua materna. Per Cheikh Anta Diop si tratta insieme di una questione pedagogica e politico-culturale: per poter padroneggiare un’altra lingua occorre prima conoscere bene la propria e la conoscenza della propria lingua è anche conoscenza del proprio sé storico-culturale. Il colonialismo ha privato gli africani delle loro culture attraverso un tentativo di assimilazione; la cultura autoctona, secondo Diop, è infatti riconosciuta esclusivamente in un folklore tradizionale inventato volutamente dal colonizzatore. Argomento, questo, condiviso da intellettuali di ogni latitudine.
Nel 1951 propone alle autorità dell’AOF (Africa occidentale francese) un piano di rimboscamento del Senegal per far fronte ai pericoli di desertificazione; lo stesso anno, in presenza dell’antropologo francese Marcel Griaule, svolge presso la Maison des Sciences de l’Homme una conferenza sul tema L’origine del wolof e del popolo che parla questa lingua. Organizza il primo Congresso panafricano politico degli studenti africani a Parigi e propone alcuni canali di ricerca che saranno fonte di riflessioni centrali nel dibattito sull’Africa e sui rapporti con le civiltà occidentali: ”I campi del matriarcato e del patriarcato nell’antichità” e ”Studio comparato dei sistemi politici e sociali dell’Europa e dell’Africa dall’antichità alla formazione degli Stati moderni”. Nel 1959, in piena lotta anticoloniale, si reca a Roma al secondo Congresso degli scrittori e artisti neri, dove interviene sul tema: L’unità culturale africana, argomento che è parte integrante della tesi di dottorato che discuterà l’anno successivo con il paleontologo André Leroi-Gourhan. Nel 1981 pubblica “Civiltà o Barabarie -Antropologia senza compiacimento”,  in cui denuncia il razzismo sottile presente in molte tesi considerate come scientifiche sul piano antropologico e parla dell’”unità dell’origine della specie umana”.

Sul pensiero di Diop si veda anche L’africa a testa alta di Cheik Anta Diop, un bel libro di analisi critica in italiano, di J.M. Ela.

 

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Foto credit by https://www.flickr.com/photos/pambazukanews/

Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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