A tutto campo!

Di cosa parliamo quando diciamo -intercultura-?

Oggi troppo spesso, quando si parla di intercultura, si limita il ragionamento ai corsi di L2.

Sia chiaro, conoscere bene la lingua del paese in cui si abita è fondamentale per darsi l’opportunità di esprimere potenzialità, bisogni, desideri, aspettative, frustrazioni, diritti, riflessioni..per entrare in relazione con gli altri, ascoltare, dare il proprio contributo ed informarsi, riuscendo a cogliere sfumature a volte rivelatrici. In sostanza, oltre ad essere una condizione di base per l’apprendimento delle competenze curricolari, conoscere bene la lingua credo sia essenziale per crescere come persone serene e cittadini attivi poco manipolabili; di conseguenza, in qualità di docenti, stimolare le competenze linguistiche degli studenti diventa essenziale per dare alla nostra società la possibilità di arricchirsi, sotto ogni profilo.

La conoscenza della lingua, dunque, costituisce uno strumento di autodeterminazione e di inclusione importante, ed è uno dei motivi per cui il lavoro di rielaborazione scritta, fatto a casa dagli studenti, costituisce una parte significativa delle attività didattiche proposte dalla nostra Associazione.

Sarebbe estremamente limitante però, nonchè potenzialmente dannoso, se ci fermassimo qui.

Costruire una società interculturale significa infatti formare persone capaci di una visione complessa, di sè e del mondo in cui vivono, significa vivere il conflitto come momento creativo della propria dimensione quotidiana. E allora forse, prima di proseguire, credo sia meglio fare chiarezza sul significato di conflitto.  In sintesi, potremmo dire che si verifica un conflitto ogni volta in cui percepiamo, in modo più o meno consapevole, che esiste un ostacolo per la realizzazione di un nostro obiettivo. L’ostacolo può essere interno a noi stessi, e allora si parla di conflitto intrapersonale, o esterno, e in tal caso può essere un conflitto relazionale o sociale. In questa luce gli ostacoli possono intendersi come occasioni creative di superamento dei limiti che ci separano dall’obiettivo.  D’altra parte l’idea del conflitto come motore delle cose e forza positiva risale alle origini del pensiero filosofico.  In una società complessa, come abbiamo visto, le occasioni di conflitto relazionale e sociale si moltiplicano. Alle divergenze di opinione si aggiungono infatti modalità comunicative che generano fraintendimenti e incomprensioni. Le regole dell’ascolto attivo, così come imparare a ragionare per obiettivi piuttosto che per posizione, per citare strumenti di cui abbiamo scritto, diventano una necessità.

Oggi, per diversi motivi, investiamo il conflitto di significati e paure che non gli sono propri. Le conseguenze non sono da poco. Di fronte a potenziali situazioni conflittuali, infatti, atteggiamenti quali la minimizzazione, la rimozione o l’esagerazione possono avere nel corso del tempo effetti catastrofici difficilmente recuperabili. A proposito di questi atteggiamenti, credo che ognuno di noi abbia fatto almeno una volta nella vita questo tipo di esperienza. Eppure ho la sensazione che oggi il clima di assedio costante, alimentato da un insieme di cause di diversa natura, fra cui le guerre in corso, la situazione di crisi internazionale e..i media, abbia generato un bisogno di stabilità, di equilibrio e di armonia che rischia di tradursi in ricette superficiali, alla ricerca di un benessere idealizzato. Come tanti struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia, temo l’effetto boomerang che sempre segue.

La complessità ha caratteristiche proprie ed esige atteggiamenti adeguati, pena il collasso.

A livello sociale vale quanto è vero sotto il profilo personale, in modo esponenziale e ancor più imprevedibile!

Se non vogliamo quindi che il conflitto deflagri violentemente o imploda altrettanto pericolosamente, credo gli vada restituito il suo ruolo positivo di confronto creativo, di momento di crescita personale e sociale. Senza paure e senza fretta.

Nell’ambito del gruppo classe, assumere o meno, in qualità di docenti, gli atteggiamenti citati di minimizzazione, esagerazione o rimozione, è determinante non solo per il benessere degli studenti, ma anche per la qualità della didattica, per le dinamiche interne alla classe e, quindi, per la qualità della vita scolastica. Volendo estremizzare, senza considerare quindi le infinite sfumature intermedie, le responsabilità del corpo insegnante si possono leggere nelle dinamiche interpersonali e di gruppo come segue:

  1. il gruppo cresce coeso, vitale, propositivo, curioso, interessato, capace di valorizzare i singoli componenti che lo costituiscono;
  2. il gruppo non esiste; ogni studente si arrangia come può; si costituiscono piccoli sottogruppi, spesso antagonisti e in sterile conflitto fra loro.

Ed allora ecco per quali motivi risulta di estrema necessità dedicare tempo ad attività didattiche focalizzate sui temi dell’intercultura, anche quando in classe non ci sono stranieri, anche per gli studenti che eccellono nelle materie curricolari!

Acquisire una visione aperta e complessa di sè e del mondo in cui viviamo significa infatti sapersi muovere senza paure nelle dinamiche conflittuali che, inevitabilmente, si accavallano senza soluzione di continuità nella società globale. Significa acquisire competenze nuove e strategiche, per decodificare la complessità e costruire quindi una società all’altezza di sfide che oggi ci colgono piuttosto impreparati. Il rischio è di inchiodare la nostra società, nella migliore delle ipotesi, in un quadro di Pollock: un accumulo di tesioni liberate.

Per essere più chiara vorrei fare un esempio concreto.

Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di svolgere significativi percorsi didattici in una scuola secondaria di primo grado che veniva soprannominata ginnasietto. Una scuola dove c’erano un paio di ragazzi stranieri per classe e quasi nessuno studente con problematiche psico-fisiche certificate. Ai genitori veniva gentilmente suggerito che i figli si sarebbero trovati meglio altrove. Considerando il clima che si respirava allora in quella scuola, era vero! In compenso tutta la medio-alta borghesia della città e i quadri dirigenti, dirigenti politici di sinistra inclusi, mandavano i propri figli in questo istituto, a prescindere dal territorio di appartenenza. Era una scuola privata? Vi starete forse chiedendo. No, era pubblica. Gli studenti, tutti, erano seguiti dalla famiglia, che, nella maggior parte dei casi, quando i genitori o i nonni erano assenti, poteva permettersi baby sitter, tate e/o insegnanti per le ripetizioni. La differenza con le altre scuole, nei livelli di apprendimento, vi assicuro che si notava..Ovviamente non sto parlando di un mondo perfetto; questi studenti avevano comunque problemi comuni ai loro coetanei: divorzi, casi di bullismo più o meno alla luce del sole..e tutte le problematiche che travolgono gli adolescenti!! Ebbene, se da un lato la maggior parte degli studenti conosceva la lingua italiana e sapeva scrivere correttamente, ciò che latitava in quelle classi, dove non mancavano quindi gli strumenti linguistici per confrontarsi, era un certo “allenamento” all’empatia e una dimestichezza alla complessità. Il loro, non per tutti ma per molti, era un mondo dai contorni precisi, fortemente caratterizzato nell’unico modo in cui potevano immaginarlo dalla loro parziale prospettiva. Lavorare insieme è stata un’esperienza entusiasmante, anche se certamente non rientra nei canoni classici con cui viene solitamente intesa l’intercultura.

Nella maggior parte dei casi, infatti, mi trovo ad interagire con studenti che, pur non avendo gli stessi strumenti linguistici di cui dicevo prima, comprendono con facilità i concetti sottotraccia rispetto al grande tema della complessità, perchè li vivono quotidianamente, interiorizzandoli in modo inconsapevole. Ragioniamo di cose che sentono sulla loro pelle. Ciò che manca loro sono gli strumenti, per razionalizzare, comprendere ed argomentare in modo consapevole questa complessità. Sono gli strumenti che permetteranno loro di avviare trasformazioni creative, di mettere in gioco concretamente le straordinarie competenze di cui, altrimenti, disporrano sempre e solo potenzialmente.

Nelle scuole dove c’è una sostanziale omogeneità si tratta invece di aprire lo sguardo dei ragazzi su un mondo che non è fatto a loro immagine e somiglianza, su un mondo la cui complessità spesso sfugge. Fra l’altro vorrei fare un inciso; in una società con scuole, o classi, di serie A e di serie B, vorrei ricordare che spesso gli studenti di serie A, a prescindere dalle loro capacità di decodificazione della complessità in cui vivono, sono la nostra classe dirigente.

Per questo ritengo che la scuola dell’obbligo debba essere il luogo in cui gli studenti si mescolano, varcando tutti i confini, relativi al censo, alle origini, alle capacità cognitive, alle capacità relazionali..e tutti quei confini che ora non mi vengono in mente. E’ l’idea di scuola che si vuole promuovere, e quindi la struttura e le risorse che le si danno, ad essere di serie A o di serie B.

Le eccellenze, nonostante oggi continuino ad esistere istituti  elitari e, agli antipodi, “di frontiera”, sono ovunque. Nella società meritocratica che vogliamo, questi studenti meritevoli dovranno essere la nostra classe dirigente. Solo se sapremo dare a tutti loro gli strumenti, non solo linguistici, per affrontare le sfide che incontreranno lungo il  percorso, soltanto così facendo avremo qualche chance nel futuro.

Ma l’Istituzione scolastica italiana è strutturata per saper raccogliere le sfide che la società le lancia ogni giorno?

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Sull'autrice

Laura Cipollini

Sono laureata in architettura e ormai da 10 anni faccio ricerca-azione nelle scuole, gli unici laboratori permanenti di cittadinanza attiva che abbiamo in Italia! Lavorando nella scuola pubblica ci si rende conto che non abbiamo bisogno di viaggiare per scoprire il mondo, il mondo è nelle nostre classi. Ciò significa affrontare quotidianamente situazioni molto più complesse rispetto al passato, sia da un punto di vista relazionale sia da un punto di vista didattico. Su questo sito desidero condividere la mia esperienza.. con l’auspicio che diventi un luogo di confronto su temi oggi relegati purtroppo nelle aule scolastiche..

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